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Recensioni Vip Alice Cooper - Brutal Planet
 

Alice Cooper - Brutal Planet Alice Cooper - Brutal Planet

Alice Cooper - Brutal Planet

info

Titolo
Brutal Planet
Anno
Durata
48 minuti
Nazionalità
Formazione
Alice Cooper - Voce, Armonica
Ryan Roxie - Chitarra
Bob Marlette - Chitarra, Tastiere, Basso
China - Chitarra
Phil X - Chitarra
Eric Singer - Batteria
Tracklist
1. Brutal Planet
2. Wicked Young Man
3. Sanctuary
4. Blow Me A Kiss
5. Eat Some More
6. Pick Up The Bones
7. Pessi-Mystic
8. Gimme
9. It's the Little Things
10. Take It Like A Woman
11. Cold Machines
Voto
senza voto
Scritta da
Freddy Delirio

Recensione scritta da Freddy Delirio (Death SS).

In un periodo storico in cui spesso si ricerca la ricetta facile senza più osare, tanto da capire, ancor prima di ascoltare una band dove si andrà a parare "leggendo" i giri di accordi negli sguardi e nell'atteggiamento più o meno finto cattivo o più o meno finto accattivante di molte bands, c'è chi invece riesce a stupire restando sempre innovativo e non ripetendosi mai. Questa si chiama evoluzione e voglia di esplorare ancor prima di sperare se un disco sarà in grado di vendere. Ci sarebbero infatti da fare i conti con una serie di dinamiche legate alla "moda" del momento, ma chi si pone come creatore e artista senza compromessi sa di poter rischiare dal punto di vista commerciale, questo poco importa, non è il problema di chi fa della propria personalità e del proprio genio una parte rilevante della storia della musica rock. Sua maestà Alice Cooper, nel susseguirsi di opere d'arte che cominciano sul finire degli anni 60 e che si concretizzano con una serie di album di grande successo durante i 70, sino ad arrivare alle produzioni mozzafiato curate dall'immenso Desmond Child negli Ottanta, e proseguendo con l'ultimo disco del precedente millennio "The Last Temptation" (altro splendido capolavoro senza tempo), approda in un nuovo scenario, in un periodo storico che nel bene e nel male ha il suo peso; una nuova era, un nuovo millennio che pesa sulla testa di tutti e che in qualche modo deve essere innovativo, deve essere definito, tirando le somme di quello che avremmo voluto, di quello che è stato e di quello che avrebbe potuto essere. Era il 2000 ed è qua che voglio soffermarmi. Parliamo di un disco forse sottovalutato, finito troppo velocemente nel calderone della pre produzione, studio, mix, release, tour promozionale e poi avanti con il prossimo. Ma non è un disco come un altro, qui bisogna soffermarsi ancora un po'. Si parte con una produzione particolarmente curata, una dimensione sonora che si fa sentire e che si fa notare. Era un periodo ibrido in cui si miscelava il suono caldo analogico con il definito e spinto, ma più spigoloso, digitale. Si osava. Esperimento riuscito. Volume, potenza, chitarre che rappresentano un vero muro sonoro, una batteria dal sound acustico e estremamente naturale ma enorme e sinistro che si fonde con un basso cupo e profondo, l'uso sapiente di synth a rifinire le spettrali ambientazioni e la voce ricca, satura e allo stesso tempo così definita ed espressiva di Mr. Cooper che ci accompagna in un viaggio in una sorta di girone dantesco di un mondo fatto di ruggine, rovine, paesaggi spettrali "...cause the breath of the death is the only sound...". Siamo avvolti come passeggeri a guardare in modo diretto e senza paraocchi il mondo che tanto avevamo sognato quando eravamo bambini per il quale avevamo nutrito enormi speranze, restituito nella sua vera realtà, nella sua chiarezza distintiva in cui sono legati temi sociali, problematiche delicate, ambientazioni mozzafiato in una cruda realtà, quella vera, quella del posto in cui viviamo, il "Brutal Planet". Ma la magia musicale e lo slancio mentale di Alice vanno oltre, sanno creare arte anche davanti al grigiore delle rovine. "Sanctuary", "Brutal Planet", "It's The Little Things", "Pick Up The Bones", giusto per citarne alcune, volano compatte all'interno di un disco che non ha un solo istante di esitazione, i brani sono perfettamente riusciti grazie alla sinergia sapiente di strumenti e linee vocali presenti in ogni song. Nel prendere atto di questa dimensione, si osa con aperture musicali che aprono spiragli di luce dinamici, con ritornelli che arrivano in sospensione. Questo non è un disco per chi ama piangersi addosso, non si ha a che fare con l'ennesima band monocolore "alternativa", qua si producono note di classe e si prende atto di una dimensione dalla quale si parte per poi procedere creando sviluppi grazie all'arte e agli intrecci dei singoli strumenti mediante "operazioni" ritmiche e melodiche in un'armonia innovativa e moderna, oscura, pesante, potente, monolitica, marziale che si alterna a momenti sapienti di pura evoluzione e gusto. Un disco davvero moderno che ha lasciato in realtà molto a livello di eredità musicale, forse non capito da tutti nel momento in cui è uscito, osannato da tanti ma visto con diffidenza da molti altri. Eppure, oggi a quattordici anni di distanza, molti di quegli slanci si percepiscono qua e là nei nuovi sounds di altre bands. I maestri del rock hanno confezionato questo album miscelando ciò che di adrenalinico e "classico" poteva sposarsi con ambientazioni più attuali e futuristiche. L'eredità e l'evoluzione lasciate da chi ha osato, vengono sempre raccolte dopo un periodo di sedimentazione e maturità da parte di chi recepisce i cambiamenti in qualsiasi ambito dell'esistenza e nella musica avviene lo stesso, essendo questa una dimensione sospesa, senza limitazioni fisiche e temporali.

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