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Interviste Interviste Underfloor
 

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intervista

Scritto da
Elio F
Data
Dicembre 14, 2013

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Underfloor
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underfloorCon il recente "Quattro" - quarto album della band - gli Underfloor hanno attraversato una fase di cambiamento e mutazione, accarezzata dall'apporto di archi, viole, chitarre acustiche ed un cantato particolarmente dolce e sognante. Dal pop al prog, la band fiorentina si sta rivelando una realtà molto interessante dell'underground italiano, e forse la dicitura di "underground" comincia a starle un po' stretta.

- Ciao, grazie per quest'intervista. Come vanno anzitutto le cose per la band? Come avete trascorso l'ultimo periodo?

- (Marco): Ci stiamo godendo le buone reazioni al disco! Siamo davvero molto contenti di come questo lavoro sia stato colto nelle sue intenzioni.

- (Giulia): Le cose vanno bene, la promozione dell'album procede a gonfie vele, abbiamo avuto ottimi riscontri dalla critica a cui speriamo possano presto far seguito dei concerti dal vivo in autunno.

- Avete di recente pubblicato "Quattro" che, come suggerisce lo stesso titolo, è il vostro quarto capitolo discografico. Ci parli di come si è svolta la sua realizzazione?

- (Guido): “Quattro” è nato anzitutto come nostra esigenza di andare oltre “Soltari blu”, che era stato un capitolo importante ma allo stesso tempo, visto a posteriori, di passaggio. Da un punto di vista realizzativo è stato bello lavorare interamente in analogico, su nastro magnetico, senza editing, e credo che questo si senta sia a livello di sonorità sia, soprattutto di esecuzione: il fatto di lavorare nel nostro studio, il Plastic Sun di Firenze, che conosciamo bene, ci ha poi indubbiamente dato una mano. Ho portato al gruppo gli spunti per i primi brani a febbraio 2012, e a maggio avevamo già la pre-produzione in mano. La registrazione si è svolta nell’estate, mentre tra missaggi e mastering abbiamo avuto il prodotto finito nell’autunno del 2012, con l’idea di falo uscire, come infatti è avvenuto, nella primavera di quest’anno.

- (Marco): E' stato un disco più “veloce” rispetto al passato. I tempi di scrittura e realizzazione sono stati molto ravvicinati e questo probabilmente ha contribuito a dare una buona dose di immediatezza nell'impatto finale.

- Se dovessi descriverlo a parole, come definiresti il vostro attuale sound?

- (Marco): Attualmente sono molti gli elementi in gioco: siamo un gruppo con forti radici nell1a tradizione del rock classico, ma vi sono innestati contributi forti di psichedelia, jazz/rock, progressive. Nell'utilizzare questi elementi cerchiamo sempre di fornirne una nostra lettura, evitando in tutti i modi i clichès e le rievocazioni nostalgiche.

- (Giulia): “Suonato”, nel senso che tutto nasce dalle mani sugli strumenti veri. E' un disco in cui le improvvisazioni in sala prove hanno avuto un ruolo importante nella scrittura dei brani ed è stato registrato in analogico, in diretta, con il minor numero possibile di tagli. E' un sound in cui la cura strumentale è fondamentale, ma le aperture strumentali, che cercano di sfruttare al meglio tutte le caratteristiche dei nostri strumenti, gettano le radici nelle canzoni scritte.

- Abbiamo parlato del vostro sound di oggi, ma rispetto ai vostri precedenti lavori c'è stata di certo una progressiva evoluzione di questo, magari in origine tendenzialmente più accostabile ad un alternative rock. Questa tendenza è stata più dettata da una vostra precisa ricerca o piuttosto è scaturita in maniera naturale dai cambi di line-up avvenuti?

- (Guido): Indubbiamente i cambi di line-up sono stati importanti: per me passare da ruolo di bassista e co-autore a quello di cantante e autore principale è stato un grosso cambiamento. Le responsabilità aumentano esponenzialmente, sia in studio che dal vivo, e non è facile, in un primo istante, calarsi nel nuovo ruolo e, soprattutto, comprendere le proprie potenzialità. Forse per questo sento che “Solitari Blu” presenta ancora molti tratti in comune con l’alternative rock dei primi due dischi, come se avesssimo avuto un certo timore di dover rendere conto al nostro passato, mentre “Quattro” mi soddisfa pienamente, e lo considero un disco che ha aspetti molto particolari e personali, cosa che è stata evidenziata nella quasi totalità delle recensioni. Sono molto affezionato al nostro primo lavoro, pubblicato nel 2004, perché ne continuo a percepire la freschezza e una libertà propria dei dischi di esordio: ecco, in “Quattro” ritrovo queste caratteristiche, realizzate però con maggiore consapevolezza e soprattutto con una produzione sonora nella quale credo fermamente.

- (Marco): Direi tutte e due le cose insieme. C'è stata una consapevole volontà di uscire da quel campo, che negli ultimi anni è diventato un po' un ghetto stilistico con tante rigidità e luoghi comuni. Allo stesso tempo è venuto anche molto naturale, sia per la nostra ricerca, sia perchè l'arrivo di Giulia ha mescolato molto le carte e gli equilibri. Il risultato è comunque il modo di suonare che diviene più naturale ed istintivo.

- In "Quattro" siete riusciti a far convivere sonorità pop-rock con altre più vicine al prog, utilizzando anche strumenti come la viola o il mellotron: ciò è dovuto ai diversi gusti musicali dei membri della band? Ed è risultato facile far convivere elementi diversi o ciò vi ha costretto a trovare dei compromessi in fase compositiva?

- (Marco): No, compromessi non credo ne abbiamo fatti. E' il bello di essere indipendenti! Ovviamente devi sempre trovare una linea di mediazione fra le varie strade che si presentano a livello compositivo, di arrangiamento e di produzione. Tutto questo però è avvenuto in maniera molto fluida.

- (Giulia): Più che una questione di gusti, è una direzione generale che la nostra musica ha preso nella sua evoluzione, sfruttando proprio gli ultimi strumenti aggiunti in formazione. Personalmente ho da sempre un grande affetto per il progressive. Non che sia ciò che attualmente ascolto più spesso, ma di certo è una parte importante delle mie radici musicali. Il genere si presta da sempre alla presenza del violino. Lucio Fabbri con la PFM e Jerry Goodman con la Mahavishnu Orchestra - ma sopratutto con i Flock - sono tra i miei preferiti. Nel trovarsi a scrivere e suonare insieme, le influenze che ognuno di noi portava dentro, a loro modo, sono venute fuori. Non c'è stato bisogno di particolari compromessi anche perché il percorso non è stato assolutamente forzato o deciso a tavolino. Ci siamo avvicinati all'idea del progressive, ma in modo molto istintivo e naturale.

- Mi ha incuriosito un brano molto particolare come "Stomp": cosa ci puoi raccontare riguardo questa canzone? Vi siete davvero ispirati allo stomp propriamente detto?

- (Guido): L’ispirazione ritmica è nata dall’intermediazione dei Led Zeppelin... pur conoscendo lo “stomp” come ritmo e come progressione jazz (non come danza dei nativi d’America, quale ho scoperto poi essere... se è questo che mi chiedi!), in realtà avevo ascoltato pochissima musica che vi si rifacesse. Perciò l’idea della musica è nata dall’ascolto di un brano contenuto in “Led Zeppelin III”, “Bron-Y-Aur Stomp”. Tutti i brani di “Quattro” sono nati con testi in inglese, rimodellando poi le parti cantate sulla lingua italiana: anche in questo caso la difficoltà è stata riadattare la metrica sul brano già composto, e mi è venuta l’idea di un un testo tutto sommato cupo, che contrastasse l’andamento scherzoso del brano, arrangiamento compreso.

- Ho visto che avete realizzato un videoclip per "Indian Song", senz'altro uno degli highlights del disco ma anche uno dei brani più lunghi e con diverse parti strumentali: come mai vi siete orientati per questa scelta piuttosto che per qualche altro pezzo magari più semplice e diretto? Pensate di realizzare altri video?

- (Giulia): Abbiamo scelto non solo con l'ottica del brano “da singolo”, ma con l'ottica del brano che ci rappresentasse meglio. Certo ci abbiamo pensato bene prima di fare una scelta probabilmente atipica, ma alla fine non abbiamo avuto alcun dubbio e siamo molto contenti di aver optato per ”Indian Song”.

- (Marco): E' effettivamente il ragionamento che abbiamo fatto anche noi... la scelta di “Indian Song” è molto forte perchè indica inequivocabilmente una scelta di campo. Volevamo fornire subito un'immagine decisa e chiara di quello che siamo, evitando di seguire gli ormai consueti meccanismi del pezzo di più facile presa in nome di chissà quale conquista di mercato. Sì ci piacerebbe realizzare un altro video, è un progetto in cantiere... nel frattempo abbiamo cercato di dare uno sguardo anche alla dimensione live producendo un video di “Don't Mind” filmato durante un nostro concerto.

- Hai un sogno nel cassetto che ti piacerebbe realizzare come musicista, sia da solista o come membro di una band?

- (Giulia): Al momento, da membro degli Underfloor, vedere crescere gli Underfloor! Il sogno più concreto e imminente è trovare spazi belli in cui poter presentare la nostra musica con concerti dal vivo.

- (Guido): Sono sempre più attratto dalla produzione, mi piace lavorare in studio con persone nuove: per fortuna più che un sogno è una realtà. Per quanto riguarda il live, invece, mi piacerebbe riuscire finalmente ad avere occasioni per valorizzare una band come gli Underfloor.

- I vostri progetti per il futuro?

- (Guido): Sicuramente suonare dal vivo e promuovere “Quattro”. Poi un altro videoclip.

- (Marco): Vogliamo cercare di suonare e portare il disco a giro!

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