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Live Live Report Harem Scarem
 

Harem Scarem Harem Scarem

Harem Scarem

live

Ottobre 30, 2013
Bresso, Milano (Blue Rose Saloon)
Scritto da
Dr. Cornelius Evazan

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Harem Scarem
Harem Scarem

leaves' eyesMettiamo le mani avanti. Sono un buon cliente del Blue Rose Saloon e trovo che gli sforzi dei proprietari e organizzatori siano lodevoli al punto che, nonostante una location non ideale, i concerti undeground del settore metal estremo tenuti in quel di Bresso sono ormai diventati per il sottoscritto una piacevole routine, nonostante le due ore di strada che mi separano dalla location. Questo però non toglie che, purtroppo, quando si tenta di portare qualcosa di più corposo, i risultati siano talvolta tragicomici.

Mai avrei voluto cominciare un report con stampata in testa l’idea del “siamo in Italia”, ma è quello che in fondo è accaduto in quel di Bresso in data 30 Ottobre, la prima delle due date italiane dei redivivi Harem Scarem, nuovamente in pista dopo alcuni anni di pausa. I melodic rockers canadesi sono stati i primi a cercare di stare al gioco nella location menighina ma il camerino evidentemente improvvisato, la difficoltà di avvicinarsi al palco, la qualità dei suoni (allucinante nei primi tre pezzi e comunque quasi sempre insufficiente anche in seguito) e chissà quali altri imprevisti lasciavano trasparire nelle stesse espressioni e nelle battute dei quattro canadesi un po’ di disagio. C’è poco da girarci attorno: struttura, palco e soprattutto suoni non all’altezza hanno reso l’esibizione degli Harem Scarem un episodio live decisamente dimenticabile (e non voglio immaginare come sarà stata la calata di Jeff Scott Soto alcuni mesi fa, concerto a cui non ho potuto assistere! nda).
Comunque sia: l’occasione è quella della celebrazione di “Mood Swings”, secondo eccelso disco dei nostri, ri-registrato e promosso in giro per l’Europa. In una serata di pioggia, giungo alla location piuttosto tardi, appena in tempo per sentire qualche pezzo dei nostrani The Pythons, hard rockers di discreto mestiere, su cui giustamente non mi sbilancio.
Scesi i Pythons, il locale è ormai ben affollato e pian piano si notano i movimenti dei nostri che si fanno largo fra il pubblico e salgono per un breve check. Tutta l’operazione si rivelerà ben presto inutile, comunque, visto che l’attacco con “Saviors Never Cry”, e subito dopo “Dagger”, non è altro che un pasticcio sonoro sia in sala che sul palco, con volumi sballati, impianto che letteralmente “frigge” e mille altri inconvenienti. Harry Hess e Creighton Doane chiedono fondamentalmente di rifare il check, aggiustando in corsa, un pezzo dopo l’altro, la resa sonora, ma si leggono, oltre alla gentilezza della richiesta, anche delle occhiate non propriamente felici fra i quattro. Certo, le cose pian piano si sono aggiustate, ma mai in maniera adeguata per un genere come il melodic rock dove ci si aspetta una pulizia sonora di un certo livello.
Nonostante questo inghippo, i nostri tengono in piedi la serata con un certo stile ed è il batterista Craighton Doane a rivelarsi la sagoma del gruppo, tra battute, frecciatine (alla situazione, ovviamente) e amenità varie (con il solito siparietto, ormai abusato da quasi tutti quelli che vengono in Italia, “tanto non capiscono quello che diciamo”, ma lasciamo stare, questa di sicuro non è una colpa del Blue Rose). L’esibizione procede con diversi pezzi da novanta quali “Stranger Than Love”, “Empty Promises” o “Slowly Slipping Away”, songs che continuano a farmi ricordare quanto sottovalutata sia sempre stata la band di Pete Lesperance e soci: siamo di fronte veramente ad un melodic prezioso come il diamante; a volte un po’ più hard, a volte un pelo più pop (aspetto che stasera è emerso poco, senza estratti da dischi sfacciatissimi come “Weight Of The World” o “Higher”) resta sempre musica di grandissima classe.
Il tempo scorre, dentro al Blue Rose si arriva all’ebollizione dei presenti e tutto sommato si cerca di dimenticare il suono appena accettabile: ci si concentra piuttosto sulla secca coesione dei nostri, la totale mancanza di esibizione tecnica, la bellezza delle linee vocali principali di Hess o delle backing offerte dagli altri. Alla fine un’ora e mezza scorre così abbastanza piacevolmente, chiusa da un finto bis (con i nostri che la buttano in ridere: “dove volete che andiamo? Non c’è spazio per scendere o salire!”) acclamatissimo a suon di “No Justice” e “Changes Come Around”. Cosa volete che vi dica: siamo ancora in serie C per certe cose. Non sarà colpa di nessuno, certo, ma fossi nei quattro canadesi, ci penserei due volte prima di ripassare dalle nostre parti. Professionalità chiede professionalità, su.

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