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Pentagram

live

Ottobre 11, 2013
Mezzago, Milano (Bllom)
Scritto da
Dr. Cornelius Evazan

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Pentagram
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pentagramE’ un Bloom moderatamente frequentato, quello di Venerdì 11 Ottobre, giorno del passaggio in data unica italiana dei redivivi Pentagram, che in questo momento contano in formazione un Bobby Leibling ripulito e discretamente in forma.

Per chi non fosse al corrente, Hasselvander non è più in formazione da un bel po’, dopo aver aiutato a tenere in piedi il nome della band fino ai primi anni Duemila. Anche Victor Griffin non è più della partita, dopo essersi riunito alla line-up per un paio di anni, giusto il tempo di rimettere in moto la macchina, pubblicare il buon “Last Rites” e andare per un po’ in tour. In questo momento quindi, solamente il mastermind Bobby Liebling rimane al volante della propria creatura e, speriamo non me ne vogliano i fan più accaniti, tutto sommato è arrivato il momento di celebrarsi con dignità ma altrettanta moderazione. Capiamoci: sono stra-felice che Liebling goda di un momento di buona forma e i lunghi e continui problemi legati alle dipendenze siano sotto controllo, ma i Pentagram che hanno portato a qualche risultato concreto sono sempre stati quelli con almeno uno dei due dei nomi sopracitati, mentre tutto il resto è avvolto da un’aura di culto, demo polverosi e tutto sommato, tanto anonimato. E’ un po’ con questo spirito che ho affrontato questo homecoming dei Pentagram negli ultimi anni e finora sono rimasto soddisfatto. Come detto, “Last Rites” mi ha soddisfatto e anche l’esibizione lombarda dei nostri non mi ha fatto rimpiangere il costo del biglietto, anche se non sono uscito estasiato. Ma andiamo per ordine.

La serata si è aperta con il terzetto dei Tons, doom/stoner/sludge maleducatissimo e sguaiato dal grande impatto. Il trio mostra quanto la parola “tiro” sia sempre importante nel mondo dell’hard rock: i soliti riff, le solite partiture di chitarra e un apporto vocale tutto sommato nella norma (urlato, nel caso specifico) non devono per forza risultare in musica di basso livello, anzi. La mezzoretta loro concessa è frizzante, pesante e divertente quanto basta tenere alta l’attenzione dei presenti.
Dopo di loro è il turno dei Veracrash, combo che ci intrattiene con altri trenta minuti circa di stoner, meno irruente forse dei Tons, ma non meno interessante. Qualche struttura rock n’roll, qualche venatura noise e un’ottima prova vocale anche in questo caso interessano i presenti, che iniziano a spostarsi dalla zona bar e dal merchandise.

Dopo il secondo cambio palco è il turno dei Pentagram e ci vuole poco per comprendere i fattori in gioco: la voce di Liebling è sguaiata e monocorde come ci si aspetta, mentre è l’uomo a stupire. Per chi, come il sottoscritto, se lo ricordava negli ultimi anni come l’omino emaciato e un po’ patetico del film-documentario “Last Days Here”, si ritrova invece davanti un vecchietto sì magro, sì un po’ tremante (è un miracolo che i lunghi anni di eccessi non abbiano richiesto un dazio ben più ingente), ma reattivo e in palla quanto basta. La band attorno a lui, decisamente più giovane, è adeguatissima: solida, semplice, mai invadente, capace di ricostruire il groove doom/rock della band alla perfezione. Ecco, i Pentagram live di oggi sono molto vicini ad un doom/hard-rock pulito e levigato: per capirci, risultano complessivamente un po’ meno pesanti del primo tris di dischi, piuttosto distanziati dal suono vintage del periodo “Show ‘Em How” e ovviamente lontanissimi dalle sulfuree atmosfere dei Novanta modello “Review Your Choices”.
A questo punto della serata il Bloom di Mezzago è pieno per il 60/70%, ma i numeri non altissimi passano comunque in secondo piano rispetto al calore dei fans che apprezzano il set dal primo all’ultimo estratto. La scaletta è ovviamente traboccante di vecchi classici e a conti fatti i primi tre dischi copriranno il 75% di quanto suonato: tra le altre “Petrified”, “The Ghoul”, “Sign Of The Wolf”, Ask For More” e “Relentless” sono ben eseguite, ben cantate e ben accolte dal pubblico. Liebling, con i soliti capelli sparati e una kitschissima camicia giaguarata offre un catalogo completo di mossette a metà fra la checca isterica, il rocker stagionato e il pazzo lunatico ma tutto sommato può permetterselo. La band alle sue spalle è, come detto, solida e compatta e il tempo scorre decisamente veloce e piacevole. Meno scontata, almeno per il sottoscritto, è la scelta di riprendere anche materiale da “Review Your Choices” che, ammetto candidamente, ho faticato a riconoscere sul momento visto il sound così differente dalle versioni da studio che conoscevo.
Dopo circa un’ora di esibizione, i nostri si congedano ma, come da manuale, tornano quasi immediatamente sul palco con due classiconi come “Be Forewarned” e il blues distorto di “20 Buck Spin”, apprezzatissimi sigilli di chiusura. Bilancio della serata: i Pentagram si sono fatti onore, anche se probabilmente abbiamo visto piuttosto un “Bobby Liebling plays Pentagram”. Se vi basta, missione compiuta. A me sì, dai.

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