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Recensioni Remeber The Fallen Opeth - Blackwater Park
 

Opeth - Blackwater Park Opeth - Blackwater Park

Opeth - Blackwater Park

info

Band
Titolo
Blackwater Park
Anno
Durata
67 minuti
Nazionalità
Formazione
Mikael Åkerfeldt - chitarra, voce
Peter Lindgren - chitarra
Martin Lopez - batteria
Martin Mendez - basso
Tracklist
1. The Leper Affinity
2. Bleak
3. Harvest
4. The Drapery Falls
5. Dirge For November
6. The Funeral Portrait
7. Patterns In The Ivy
8. Blackwater Park
Voto
9
Scritta da
Silvia Ulleri

L'amore è anche passione, anche per coloro che osservano i dettagli.

Un romantico sentimento avvincente ma, tormentato e crudele. Fiabesco come quello della Bella e la Bestia, sbocciato in una danza, in una notte dalla Luna avorio, mai così brillante, consumato prima della caduta dell'ultimo petalo tra le oceaniche spume. Un sogno vestito d'ombra che finirà per succhiare l'animo di una tormentata persona, e che finirà per distruggere, pezzetto per pezzetto, la favola che aveva contribuito a realizzare. Fino al ritrovo, dopo un lungo distacco, dei due amanti: Ha inizio un eterno rincorrersi e un infinito fuggire, utilizzando tutte le giustificazioni più insensate, flebili come rose sulla neve. Finché gli abissi della memoria si riaprono, trovando di nuovo all'attrazione fatale, che diviene sempre più ardita e forte, assaporando l'attimo fuggente di grande incantesimo e passione, atteso come la pioggia nel deserto, esplosivo come la potenza devastante di un terremoto.

Strano destino quello degli scandinavi Opeth. Nati all'inizio degli anni '90 sono sempre stati penalizzati da una diseguaglianza tra il loro eclettico talento musicale e il loro successo, quest'ultimo sempre in perenne debito rispetto al loro effettivo merito, soprattutto in seguito a occulte e sbalorditive raccolte come “Still Life”, un vero e proprio effluvio di grigiastra tempesta. La fama rimane una pura ipotesi cartacea fino al 2001, ma il tempo è sempre galantuomo: “Blackwater Park”, ecco le parole che denominano la più famosa e importante fatica dei nostri,nella quale abbiamo finalmente un vera e propria esplosione nucleare di notorietà, e che presenta alcune novità rispetto al diretto passato, anche se la base non è così diversa. La cosmologia sonora del quinto platter, prodotta con limpidezza estrema dal geniale Steven Wilson, presenta trame chitarristiche, di stampo Death come fino ad oggi, così passionali, tecniche, variegate, colme di virtuosismi rischiosi ma emozionati, accompagnato da partiture ritmiche sempre perfette e precise,infatti ora, spinti ai massimi livelli di maturità e solidità compositiva, creano una cianotica chimera, che attinge a piene mani dall'inquieta beatitudine del Progressive anni 70, che sporcando la loro musica con parti chitarristiche dal retrogusto Blues e Jazz, non lontana dalla vena psichedelica di certi Pink Floyd e King Crimson. I brani hanno una struttura imprevedibile e complessa, sempre colma di tensioni, con una forte spinta verso l'avanti. Ma su tutti possiamo riscontrare una riuscita alternanza tra vibranti partiture elettriche e metalliche e frangenti lenti ed acustici, in cui appunto la chitarra non elettrica disegna melodie trasognanti. Il moniker Opeth, soprattutto per quanto riguarda l'insofferenza corrosiva delle prime uscite, spesso è stato associato ad un gomitolo di plumbee e tetre fluttuazioni, come un morente relitto reso impalpabile dalla foschia. Ma ora tutto nella loro musica è intarsiato da un mood trasognante, ardente e sensuale, a tratti stranamente caldo, che è riuscito a stregare prendendo il cuore di chi l'ascolta e restituirlo nuovo. Curioso vedere anche come giochino sul potere espressivo della scintillante performance di Mikael Åkerfeldt, profonda e cavernosa con l’ausilio del growl, sorniona e dimessa quando subentra il pulito. I nostri creano una sottile alchimia di otto singole composizioni, strabilianti sia ad un primo ascolto nel loro solenne mormorare, ma anche sulla lunga distanza nel loro arricchirsi graduale di nuovi densi particolari, senza contare che il risultato totale è maggiore della somma delle parti. Gli Opeth hanno passato l’esame di maturità. Da questo momento in poi voci sempre via via più rumorose acclameranno il nome della tamburellante superband, perfetto anello di congiunzione tra strumento e sentimento, che raggiungerà altri picchi compositivi senza scadere nella mera cieca fissità e senza essere risucchiato in un vortice di noia. Il loro usuale nero pece per la prima volta viene rischiarato da rasoiate di luce.

“Con quel bacio mi avvelenò l' animo”. Tremai per una notte. É proprio buffo come ora lo stesso bacio cullerà l'animo che prima veniva tormentato

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