Passo dopo passo, i finlandesi Battlelore giungono già alla pubblicazione del loro sesto full-lenght. Il disco, intitolato “Doombound”, come sempre s’ispira all’universo tolkieniano, prendendo spunto stavolta dalla saga dei figli di Húrin (“Children Of Húrin”) e dando vita così ad un concept che narra le tragiche vicende di Turin e della sorella Nienor, colpiti dalla maledizione di Melkor e travolti da un triste destino. Il racconto, pubblicato postumo in tempi recenti, trovava in realtà la base del suo nucleo narrativo già in altri volumi, quali il Silmarillion, i Racconti Perduti ed i Racconti Incompiuti. Si ricorderà come lo stesso tema sia stato affrontato dai connazionali Ainur già alla fine del 2007 ma, al di là del fatto che l’approccio dei Battlelore presenta sonorità sensibilmente più tendenti al metal, non si può dire che questi ultimi abbiano raggiunto neanche lontanamente i loro livelli. In linea di massima la band finlandese non si discosta più di tanto dal precedente “The Last Alliance” e riesce a mantenere un sound compatto, deciso, ormai definitivamente emancipato da certe banalità dei primi lavori e con arrangiamenti sempre più complessi. Visto il percorso di continua crescita, ci saremmo aspettati perciò qualcosa di più da questa band, mentre invece, in effetti, su “Doombound” il song-writing non sempre convince e sembra stentare a decollare. Già l’opener “Bloodstained” non regge il confronto con “Third Immortal” che apriva invece “The Last Alliance”. Ma, in generale, manca ai brani qualcosa che li riesca a rendere particolari, tanto che lo stile della band si avvicina parecchio ad un classico gothic/death, dove latita l’attitudine vagamente epica che aveva sempre caratterizzato i loro precedenti lavori, salvo magari che su un brano come “Men As Wolves”. Soprattutto, poi, la band non riesce a creare atmosfere che siano in grado di evocare le tematiche trattate, tanto che se non si sapesse di cosa parlano i testi, davvero difficilmente si potrebbero ancorare le musiche ai suddetti riferimenti tolkieniani, quando invece questa era stata una peculiarità del gruppo in passato. Tra i brani più accattivanti, si potrebbero annoverare, oltre alla già citata “Men As Wolves”, l’incantevole “Enchanted” e “Olden Gods”, dove si registra la presenza di qualche bel duetto tra i due cantanti Kaisa Jouhki (voce femminile) e Tomi Mykkänen (voce maschile), mentre suggestiva è senz’altro la strumentale conclusiva “Kielo”. La punta di diamante del disco è costituita però dalla title-track, un brano di circa otto minuti, nel quale la band riesce a tirare fuori passaggi particolarmente ispirati, ottenendo finalmente le giuste atmosfere nonchè una migliore convivenza tra sonorità dure e suadenti melodie, rese ancora più affascinanti da efficaci inserti di piano e di violoncello. Peccato, perché se tutto il disco si fosse mantenuto su questi livelli, staremmo parlando senz’altro di un capolavoro. Così però non è, per cui l’album comunque merita una piena sufficienza, anche se per il futuro qualcosa andrebbe rivista.






