Quando si parla di Black Sabbath, non possiamo che avere una sorta di timore riverenziale dato da un rispetto che nasce dalle atmosfere e dalla capacità di rivoluzionare la scena Rock da parte dei britannici. “Born Again” fu un lavoro che vide Ronnie James Dio e Vinny Appice avvicendarsi con il mitico Ian Gillan (ex Deep Purple) e il ritorno del batterista originario Bill Ward. Ovviamente, la dipartita di un’icona come Ozzy e di un mostro sacro come Dio, fomentò le ennesime chiacchiere su chi fosse meglio e se Gillan fosse all’altezza delle atmosfere dei Sabbath. Il disco in questione fu, molto probabilmente, uno dei più oscuri del marchio sabbathiano, con un taglio forse un po’ più Hard Rock ma che, nei toni, viaggia su direttive sempre “esoteriche”. Il timbro di Gillan, inevitabilmente, si trova meglio su velocità sostenute e nei suoi stacchi e continue ripartente ci riporta in mente il periodo dei Deep Purple. Non viene però meno l’incisività quando è lo spirito Doom a dettare legge, perché sia dal punto vista tecnico che strumentale, non c’è nulla da eccepire. Detto questo, “Born Again” ha una matrice inconfondibilmente made in Sabbath e il full-lenght in questione produce una magia decisamente unica. Torniamo così indietro nel tempo, in un disco che molti avrebbero voluto cantato da Ozzy, ma che forse, proprio per la mancanza di quest’ultimo, ha saputo meglio mutare e rinascere appunto, figlio di un demonio geniale e capace di ammaliare. Fascino che non morirà mai e che non potrà che rigenerarsi ancora e ancora, ogni volta che verrà ammirato in ogni sua singola nota. Peccato per una produzione non eccelsa, veramente inadeguata ad un prodotto di tal portata!






