Gli Aeon Zen rappresentano un nuovo percorso musicale intrapreso da Rich Hinks, un giovanissimo polistrumentista inglese, che è partito da alcuni brani composti qualche anno fa, quand’era appena diciottenne. Di recente, Hinks ha tirato fuori dal cassetto questi brani, perlopiù dei pezzi melodici con una forte connotazione prog, aggiungendone qualche altro e lavorandoci su in modo da poter meglio definire il sound degli Aeon Zen. Per la verità, tale proposito non appare pienamente riuscito, perché comunque nel disco si ravvisa una certa eterogeneità, con dei brani che spaziano tra rock classico, metal prog, rock progressivo, tracce di chiara ispirazione neoclassica e pezzi melodici. Un aspetto, questo, che viene, peraltro, ulteriormente accentuato dalla scelta di avvalersi di diversi cantanti, i quali non tutti si adattano alla perfezione a stili un po’ differenti. Se sembrano trovarsi a loro agio, ad esempio, Nils K Rue dei Pagan’s Mind ed Elyes Bouchoucha dei tunisini Myrath, convince a metà Andi Kravljaca dei Silent Call, mentre delude un po’ Andreas Novak dei Mind’s Eye. Anche l’album vive di continui alti e bassi: molto belle ad esempio le due tracce iniziali “Existence” e “Time Divine” ma nelle tracce a seguire i ritmi rallentano sensibilmente e questo non è un bene, perché non sempre gli Aeon Zen riescono a conferire grande forza espressiva alle loro performance, finendo, di conseguenza, per risultare talvolta un po’ soporiferi. Un sussulto si può ravvisare con la breve, strumentale “The Circle’s End”, che apre la strada a “Heavens Falling”, un brano solare e melodico (nel quale va segnalato anche un bell’assolo di tastiera), che poi finisce però per dilatarsi oltre il dovuto, rallentando nuovamente i ritmi. Discorso identico può farsi per “Into The Infinite”, benché qui si possano riscontrare sonorità più vicine al metal, mentre “Goddess” è un brano molto lento con qualche velleità sinfonica. Chiude una lunga suite di oltre dodici minuti che, come spesso avviene nei dischi prog, è poi alla fine anche il brano più interessante e, di solito, costituisce il più duro banco di prova per la band. In questo senso, possiamo dire che gli Aeon Zen superano la prova, perché “The Demise Of The Fifth Sun” è un bel brano metal prog, molto convincente, con diversi cambi di tema, molto ben condotto dalla voce di Bouchoucha. In conclusione, “A Mind’s Portrait” è un buon debutto per gli Aeon Zen, pur presentando ancora qualche acerbità a livello compositivo e negli arrangiamenti. Tutti aspetti questi, probabilmente legati anche alla stessa nascita dei brani che, come abbiamo spiegato, è stata differita e diluita nel tempo, non consentendo di mantenere costante un medesimo standard qualitativo per tutta la durata dell’album. Ciò non toglie, ad ogni modo, come il giudizio complessivo su “A Mind’s Portrait”, sia senz’altro più che positivo.






