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Recensioni Novità Manilla Road - Voyager
 

Manilla Road - Voyager Manilla Road - Voyager

Manilla Road - Voyager

info

Titolo
Voyager
Anno
Durata
64 minuti
Nazionalità
Voto
7
Scritta da
Psychotron

A casa mia ogni nuovo album dei Manilla Road è atteso e celebrato come una finale di coppa del mondo. Benché i redivivi Manilla (quelli ricostituiti da Shelton a partire da "Atlantis Rising") non siano ancora riusciti a riprodurre la magia delle release targate anni '80, la pubblicazione di nuove canzoni merita sempre la massima attenzione, condita da un filo di venerazione mistica, quella che si deve a tutti i Grandi Padri dell'heavy metal e segnatamente, in questo caso, ai migliori interpreti della vena epic. E' proprio vero, ognuno la pensa a modo suo, banale quanto si vuole ma sempre sorprendente da constatare. Ho così potuto leggere stroncature inappellabili del comeback "Atlantis Rising" (2001), che invece io giudico positivamente, e lodi quasi mistiche di "Spiral Castle" che, al contrario, ritengo l'album forse meno riuscito dell'intera carriera della band di Wichita. "Voyager" ha ricevuto consensi favorevoli pressoché unanimi, dove più dove meno. Molte le conferme e le novità su questo album, non tutte positive per la verità. Mark Shelton torna dietro i microfoni, almeno in studio. Il feeling epico, intenso e drammatico si mantiene ininterrotto dall'alba degli '80s ad oggi. Sempre presenti lunghe parti strumentali, che cadono solitamente nella seconda metà della canzone, fregiate di corposi e bellissimi solos, come da tradizione. La label italiana My Graveyard Productions è la terza etichetta che la band cambia negli ultimi quattro album pubblicati, e adesso i Manilla sono anche un po' italiani. La produzione del platter è coerente con le passate release a marchio Manilla Road, ossia old fashioned e low profile … ma talmente "low" da penalizzare la resa degli strumenti, in particolar modo il lavoro, pur ricco e articolato, della batteria, talvolta dispersa nel magma generale. Qua e là affiorano eco e citazioni del glorioso passato, fatto di album stupefacenti; in qualche caso la somiglianza è piuttosto marcata ... si prendano i chorus di "Totentanz" e "Astronomica". Le tematiche vichinghe poi non sono proprio quanto di più innovativo in ambito metal, ma è un peccato veniale sul quale si può soprassedere. "Butchers Of The Sea" e "Return Of The Serpent King" sono tracce doom epic, pesanti ed oppressive, con linee vocali talvolta ai limiti del growl. "Frost And Fire" e "Conquest" ci riportano al periodo '86 /'87, quello di "The Deluge" e "Mystification", dove il lirismo epico confinava miracolosamente con sonorità thrash metal. "Tree Of Life" è uno splendido pezzo, evocativo e visionario, le cui trame acoustic /power /epic sono degne della storica "Dragon Star". A parere di chi scrive il miglior episodio del platter. "Eye Of The Storm" sorprende per la sua capacità di infondere l'epos battagliero sullo sfondo di arpeggi blues rock. Come detto i solos sono emozionanti e poetici, fortunatamente sparsi lungo tutto il platter, così come una nota di merito va a Cory Christner, esecutore dietro le pelli. Shelton inoltre mantiene un certo retrogusto prog in tutto ciò che scrive e suona. Tutt'altro che un album mediocre, ma in tutta onestà dai Manilla Road mi aspettavo qualcosina di più.

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