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Opeth Opeth

Opeth

live

Dicembre 14, 2005
Firenze (Auditorium Flog)
Scritto da
Silentwater

Chi di voi non ha mai desiderato che il proprio gruppo preferito venisse a suonare sotto casa propria? E tra i pochi fortunati che sono stati accontentati, quanti non hanno passato gli ultimi giorni prima del concerto in fibrillazione, costantemente sfogliando i libretti dei dischi dei propri beniamini, con l'orecchio costantemente riempito delle loro note… ? Spero che queste due domande altamente retoriche riescano più o meno ad indirizzare chi si accinge alla lettura di queste righe verso la comprensione dello stato d'animo che mi animava mentre mi avvicinavo ad ampie falcate verso la FLOG, locale fiorentino scelto dalla Live per ospitare uno degli aventi in generale più attesi di questa stagione di concerti metal. E così, dopo la consueta e ormai adorabile calca allucinante all'ingresso in attesa dell'apertura dei cancelli, mi precipito dentro alla prima occasione e, lasciata la pesante giacca al guardaroba, parto immediatamente alla ricerca di un posto in prima fila, meta ambita perché, nonostante l'invitante presenza di comodi posti a sedere ai lati e sulla balconata, sono uno strenuo sostenitore della filosofia “un concerto non è tale se non si ricevono in faccia gli sputacchi del cantante”! La fortuna mi arride, e mi posiziono a poco più di un braccio di distanza dal palco, in prossimità delle casse, pronto per godermi un concerto che promette davvero tantissimo! I tecnici stanno ancora montando l'equipaggiamento del gruppo di supporto, i Burst, e quindi ho il tempo di guardarmi un po' attorno per rendermi conto di chi condividerà con me le emozioni delle prossime ore: la solita e amichevole frotta di metallari, provenienti stavolta da diverse parti d'Italia (la data di Firenze è quella più a sud tra le tappe italiane del tour), con una conseguente varietà d'accenti da torre di Babele! Ai soliti lungocriniti si aggiungono anche personaggi ad un primo acchito difficilmente associabili allo stereotipo del metallone, e un discreto numero di ragazzini sulla via della conversione al dio metallo… Prova tangibile del successo crescente degli Opeth! Le luci calano, e si presentano finalmente a noi i Burst!! Sembrano quasi fuori contesto, questi cinque ragazzotti svedesi, capelli corti, magliette più o meno variopinte, jeans.. vestiti come ragazzi normali, insomma, solo che nel monocromatico scenario del concerto spiccano, e senza sentirli suonare li si sarebbe potuti scambiare tranquillamente per una delle molte giovani band rock-punk che la terra di Svezia produce a getto continuo in questo periodo… Ma bastano pochi secondi per fugare queste impressioni superficiali: la musica prodotta da questi scandinavi è in realtà tutto il contrario del rock allegro e spensierato, un'ondata di watt annichilente per una genere che viaggia non troppo lontano dai lidi percorsi da band quali Isis e Cult of Luna, un “metalcore” apocalittico e carico emotivamente, pregno di suoni dilatati e pesantissimi, che convivono con inquietanti break acustici e assalti all'arma bianca ereditati dalla scuola metallica patria. Musicalmente interessanti, sul palco praticamente perfetti: precisi, potenti, senza alcuna sbavatura, peccato che fossero in pochi a conoscere le loro canzoni, perché la fedeltà al disco è stata a tratti spaventosa! Tutto sommato però, la loro bravura nell'esecuzione è quantomeno servita a riscaldare il pubblico, coinvolgendo sufficientemente gli astanti e grazie al fascino implicito di tutto questo metallo! Promossi a pieni voti, speriamo di rivederli presto, magari da soli, così da poter loro prestare la giusta attenzione! Simpatici e non eccessivamente freddi, come potremmo pensare con in testa lo stereotipo dello svedese gelido come il marmo, lasciano il palco salutando il pubblico rivolgendosi ad esso in un italiano un po' stentato ma anche divertente… Ciao ciao! Finiti i saluti i Burst aiutano i tecnici a sbaraccare e a far spazio ai padroni della serata… gli Opeth!!

Freschi freschi del nuovo Ghost Reveries (a mio avviso un po' sotto il loro standard, ma che sta comunque riscotendo successi un po' ovunque) tornano in Italia dopo l'apparizione due anni fa al Summer Day in Hell bolognese, e per questa loro prima volta a Firenze siamo ormai al tutto esaurito, visto che il piccolo spazio della FLOG è praticamente pieno! Dalla prima fila si iniziano a sentire le spinte di chi vuole avvicinarsi sempre di più ai propri idoli, ma stoicamente le mie vertebre decidono di resistere e, fiero come Leonida alle Termopili, riesco a mantenere la posizione privilegiata fino alla fine del concerto! Al termine del soundcheck finalmente salgono sul palco i nostri eroi! Introdotti da un breve sample preregistrato, sulle note di Ghost of Perdition gli Opeth danno il via alle danze! Non penso ci sia bisogno di presentarli, sono ormai uno dei gruppi di punta della scena svedese metal (e non solo), il loro Death Metal melodico ma-con-un-sacco-di-roba-in-più ha fatto il giro del mondo da tempo e ha raggiunto tantissime persone, tanto che l'acclamazione prima del loro avvento tocca livelli da stadio… Si nota subito l'assenza di Martin Lopez dietro le pelli, il fenomenale batterista è rimasto a casa per non meglio precisati problemi di salute e al suo posto abbiamo l'altrettanto valido Martin Axenrot (già nei Bloodbath), egregio sostituto che non farà rimpiangere troppo l'ispanico collega titolare. Suoni e acustica sono ad un livello più che sufficiente, e la band può quindi sfoderare tutta la propria bravura riproponendo un ottima selezione di brani tratti da quasi tutti i loro dischi (mancano, ahimè, estratti dal meraviglioso Morningrise), e mostrando ai pochi che ancora dubitavano della loro classe quanto con gli strumenti ci sappiano fare, fornendo una prova sopraffina, quasi perfetta oserei dire, se passiamo oltre qualche sbavatura marginale ampiamente giustificabile. Terminata la prima canzone, traccia numero uno di Ghost Reveries, il pubblico capisce subito chi sarà il mattatore della serata: mr Mikael Akerfeldt, leader, chitarrista e voce della band, mostra fin da subito una naturale inclinazione alla chiacchiera, e per tutta la durata del concerto intratterrà i presenti con i suoi simpatici sproloqui, battute di spirito ficcate un po' ovunque tra una canzone e l'altra; dietro la maschera da poeta malinconico si nasconde una personalità ironica e divertente, capace di tenere il palco da solo (visto anche che l'interazione con la folla da parte degli altri membri del gruppo ha rasentato lo zero). Qualcuno potrebbe obiettare che il tempo perso in chiacchiere è tutto rubato al concerto, ma a conti fatti, la durata dello spettacolo è stata sufficiente affinché Mikael potesse dal sfogo a tutta la propria logorrea concedendo ai propri fan un numero di brani eseguiti di tutto rispetto! E così, tra frizzi e lazzi, il concerto scorre via meravigliosamente, dopo Ghost of Perdition tocca a When, dallo splendido “My Arm your Hearse”, scaldare i cuori della platea, e così via un classico dietro l'altro, da White Cluster, leggermente rivisitata dall'apporto del tastierista ma sempre devastante, alla sempiterna Bleak, e avanti così fino al termine, la scaletta pesca persino da Orchid, loro disco d'esordio: Under the Weeping Moon non sembra mostrare affatto i segni del tempo e anzi, nell'intermezzo atmosferico regala probabilmente uno dei momenti più intensi dell'intero show! La reazione del pubblico è di quelle che un musicista desidererebbe sempre ottenere, la folla si sgola su tutti i pezzi, e si agita a modo durante i brani più concitati, tanto che per rimanere nella mia posizione privilegiata sono costretto più volte ad aggrapparmi alle transenne! Momenti di panico durante Closure (unico brano tratto da Damnation, disco interamente acustico del 2003), quando improvvisamente salta l'impianto e la canzone viene troncata proprio sul crescendo finale (crescendo che era stato opportunamente metallizzato per l'occasione). Mentre i tecnici si affannano per rimediare allo spiacevole inconveniente, Mikael coglie l'occasione per farsi dare una sigaretta dal pubblico e lasciarsi andare ancora ai suoi amabili discorsi sul più e il meno, fino a quando tutto non ritorna a posto: la band riprende esattamente dal punto in cui erano rimasti e il concerto può proseguire! C'è tempo per The Gran Conjuration e The Baying of the Hounds dall'ultimo album, prima del finale con A Fair Judgement e Deliverance, quest'ultima suonata dopo il consueto bluff “il concerto è finito, noi ce ne andiamo!”. Quando alla fine il concerto termina per davvero manca una manciata di minuti alla mezzanotte, e piano piano la sala inizia a svuotarsi. Con calma mi dirigo verso l'uscita e verso casa, rivedendomi mentalmente le immagini delle ore precedenti: un concerto maestoso, buoni i Burst, eccezionali gli Opeth, che per quasi 2 ore hanno fornito una performance fantastica, dubito fortemente che qualcuno in quel migliaio di presenti sia tornato a casa meno che estremamente soddisfatto dei soldi spesi. Io sinceramente non vedo l'ora che tornino! A presto Mike, la prossima volta continuiamo il discorso su Batistuta!

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