FLASHBACK OF ANGER
Ad aprire l’Evolution Festival 2007 ci pensa questa giovane band fiorentina, alla quale viene affidato l’ingrato compito di riscaldare il pubblico che poco a poco inizia ad affluire nell’area dedicata al concerto. Venti i minuti ai Flashback of Anger per suonare 4 canzoni del loro power-progressive metal tra Rhapsody, Labyrinth e Symphony X, una prestazione più che dignitosa che però paga dazio all’orario e alla generale indifferenza dei presenti. Fanno comunque una discreta figura, grazie all’ottimo cantante e alle altrettanto buone qualità tecniche della band. Simpatici ma anche precisi nell’esecuzione, salutano il pubblico annunciando la loro imminente partenza per Amburgo, dove incideranno il loro primo album assieme ad una leggenda vivente come Kai Hansen. (Silentwater)
KINGCROW
Altra band “di riscaldamento”, stavolta con più esperienza (ben 4 dischi alle spalle), più pubblico di fronte e anche una maggiore qualità dei brani. Un’ottima sorpresa, per me che non li conoscevo, nonostante una proposta musicale abbastanza complessa (un heavy metal parecchio progressive, nella mezz’ora a loro disposizione hanno suonato soltanto 4 pezzi) riescono ad essere coinvolgenti, grazie all’indiscutibile tecnica, al carisma del frontman e evidentemente alla bontà dei propri pezzi. Promossi a pieni voti, e spero di procurarmi quanto prima qualche loro lavoro! (Silentwater)
GORY BLISTER
Primo gruppo “importante” della giornata, orgogliosi alfieri del death metal italico, raccolgono sotto il palco un nutrito stuolo di fedeli giunti ad adorare questa band di culto. E i tre macellai da Milano non deludono affatto i propri fan, dando vita ad uno show eccellente; i Gory Blister sono ben lontani dalle mie corde, quindi non posso dare un giudizio troppo attendibile, ma da quanto ho visto e sentito mi sono parsi in ottima forma! Nonostante il sole a picco e i suoni non proprio perfetti riescono a regalare al proprio pubblico 40 minuti di death metal assassino e potente e a mantenere intatta la propria reputazione di portabandiera del metal estremo tricolore. (Silentwater)
BEHEMOTH
Cosa sarebbe successo al povero Indy se non fosse riuscito a schivare l’enorme macigno che gli stava rotolando addosso nel tempio all’inizio dei Predatori dell’Arca Perduta? Probabilmente quello che è accaduto a noi che siamo stati investiti dalla devastante potenza sonora dei Behemoth! I demoni polacchi salgono sul palco, il tempo di prendere in mano gli strumenti e … BAM! Un’ondata di watt annichilisce i presenti, il loro muro di suono è spaventoso, atterriscono per ferocia, violenza, maestosità… Nonostante l’ora incredibilmente inadatta, col sole cocente che poco a poco tentava di sciogliere il face-painting, quella dei Behemoth è da registrare senza dubbio come una delle migliori esibizioni della giornata. Dopo quasi un’ora le macchine da guerra si fermano, dopo aver suonato una decina di pezzi dalla loro nutrita discografia. Ai Kataklysm l’arduo compito di raccogliere il testimone da questi mostri. (Silentwater)
KATAKLYSM
Non li ho mai apprezzati troppo su disco, troppo scontati e banali, a mio avviso, ma devo ammettere che live acquistano nuova vita, la loro è musica fatta per essere suonata dal vivo ed effettivamente il loro show è di ottimo livello. Animatore naturalmente il buon Maurizio Iacono, che sfrutta le proprie origini italiane per rivolgersi al pubblico nella nostra lingua madre: la risposta c’è, la folla si esalta e il thrash-death della band canadese fa la sua bella figura, nonostante dei suoni non abbastanza potenti da permettergli di rilasciare tutta la propria carica. Una buona prestazione, chiusa con la celebre “In Shadows And Dust”. (Silentwater)
CYNIC
Uno dei momenti più importanti di tutto il festival. A quasi 15 anni dalla pubblicazione del loro unico, splendido album, “Focus”, tornano sulla scena i Cynic, band unica nel panorama metal mondiale, un evento quasi storico: soltanto Paul Masvidal (voce e chitarra) e Sean Reinert (batteria) sono rimasti della formazione originale, ma tanto basta a farci attendere con ansia per tutta la mattinata il loro ingresso sul palco dell’Evolution Festival. La primissima impressione non è molto buona: attaccano subito (come prevedibile) con l’opener di Focus, “Veil Of Maya”, i suoni non sono all’altezza ma quello che più disturba è la scelta di affidarsi ad una voce registrata per lo screaming, mentre Masvidal si limita a cantare le parti in pulito. Se aggiungiamo a questo un atteggiamento da parte dei quattro mooolto distaccato otteniamo un’esibizione formalmente perfetta ma emotivamente poco coinvolgente anche per un gruppo del genere. Peccato. Intanto la band continua a riprodurre uno dopo l’altro i brani di “Focus”, e inizia a stabilire qualche contatto con il pubblico solo dopo 5 canzoni, per annunciare un nuovo pezzo da loro composto in previsione di qualche nuova release,“Evolutionary Sleeper”, davvero promettente. Lo show si anima finalmente quando sul palco sale un ragazzo vincitore del contest organizzato da Loud Sessions per cantare la bellissima “Uroboric Forms”: lui è davvero molto bravo, ancorché visibilmente emozionato, e non sfigura affatto, anzi, inietta nella band quella giusta vitalità per rianimarli un po’ e concludere la loro esibizione con un po’ meno freddezza. Ci lasciano sulle note della meravigliosa “How Could I”, pezzo che chiude anche l’album, salutano gentilmente e lasciano il palco tra gli applausi, terminando uno show che poteva essere anche migliore ma che dopotutto non ha lasciato l’amaro in bocca a chi si aspettava una grande prestazione dei Cynic. (Silentwater)
KAMELOT
Forti di una larga fetta di pubblico giunta proprio per acclamare la band, i Kamelot scontano una posizione nel bill assai ardua per una band power /prog metal, stretti tra un’esibizione dei Cynic (a sua volta preceduta da Behemoth e Kataklysm) ed una dei Sodom a seguire. Ciò nonostante gli amero-norvegesi si affacciano al pubblico armati di tutto punto per ben figurare. Lo show deve promuovere il nuovo album “Ghost Opera” da qualche settimana nei negozi. La scaletta non lesina neppure salti nel passato e il ricorso ai classici amati dai fans. Esattamente come in studio ho ricavato un’impressione non del tutto positiva; musicisti preparati e volitivi, arrangiamenti che sono il vero punto di forza dei kamelot, songs non epocali, atteggiamento un po’ tronfio, soprattutto da parte del singer Roy Khan, davvero un super figo assai attento al look. Pomposi, powerissimi, ottimamente supportati alle tastiere dal sempre valido Oliver Palotai. Molta eleganza, anche se a mio parere fine a se stessa. (Psychotron)
SODOM
Uno spasso! Un autentico spasso! Tre signori di mezza età con pancetta prendono posto sul palco ... e scatenano l’inferno. Si parte con “Blood On Your Lips”, opener song del nuovo album “Sodom”, e la risposta del pubblico si fa da subito esaltante. Siamo giunti al momento dei Sodom signori, cos’altro aggiungere? “Napalm In The Morning”, The Saw Is The Law”, “Agent Orange”, “Remember The Fallen”, “Outbreak Of Evil”, “Blasphemer”; un lotto di canzoni leggendarie, mattoni che hanno contribuito ad erigere il sacro Olimpo del thrash teutonico. Da “Sodom” viene estratta anche la rockeggiante “City Of God”, e c’è pure il tempo per strabiliare tutti con una cover raddoppiata in velocità ed efferatezza di “Ace Of Spades” dei beniamini di Tom Angelripper, i Motorhead. Purtroppo il tempo non è mai abbastanza quando sul palco ci sono i Sodom, e dopo aver brindato in onore dei fans, il trio lascia lo stage per il successivo act in scaletta. (Psychotron)
FATES WARNING
Ad essere onesto non ho potuto seguire granché dell’esibizione degli americani Fates Warning in quanto temporaneamente impegnato ad intervistare i Sodom. Dalla Press Room comunque era possibile udire un discreto concerto, ben accolto per altro dal pubblico. Giungo sotto il palco giusto in tempo per assaporare qualche estratto da “Perfect Symmetry” e “Parallels”, album certo non secondari nella storia della band. I ragazzi sembrano leggermente afaticati ed un po’ seriosi nelle espressioni, forse solo un approccio di concentrazione alle non semplici partiture da eseguire. Uno scroscio di applausi saluta i progsters dello Zio Sam. (Psychotron)
VIRGIN STEELE
Alla vista di Ed Pursuino mi sono spaventato. Sembra uno della banda di Raul Casadei, attempato chitarrista buffamente acconciato alla retro-rocker, ma assai più adatto ad una seduta di briscola in qualche Casa del Popolo del fiorentino. David Defeis non è da meno, anche se sfoggia una prestanza fisica leggermente meno decaduta (ma di poco) e delle scarpe assolutamente improponibili, verdi con stelline. Però i nonnetti ci sanno ancora dare dentro, la resa sonora è di tutto rispetto. Certo il Defeis oramai fa più scena che altro con i suoi acutini e le sue mossette epico-ispirate. E purtroppo anche la scelta della scaletta è, almeno per me, infelice. Trascurati i (veri) grandi album della band (periodo 1982 – 1985) e tanto, troppo spazio alle composizioni più recenti, ovvero meno metal senza fronzoli, e campo aperto allo sfarzo magniloquente e tastieroso. Insomma I Virgin Steele ancora reggono alla prova live, magari con un’altra scaletta .... (Psychotron)
NEVERMORE
I Virgin Steele sbaraccano verso le 20.30, lasciando il palco ad una delle band più attese della giornata: i Nevermore! O meglio, al loro soundcheck, che terrà banco per un periodo di tempo davvero interminabile (si sa, i soundcheck sembrano sempre senza fine, ma stavolta davvero l’impressione era che dovessero stare a provare all’infinito!). Finalmente la band sale sul palco, e attacca improvvisamente con “My Acid Words” da “This Godless Endeavor”, un buon biglietto di presentazione! Warrel Dane non appare in ottima forma, ad onor del vero (si scoprirà poi che fisicamente stava molto male in quei giorni!) ma la band c’è e si sente! Manca solo Jim Sheppard al basso, sostituito per l’occasione dall’eccezionale Joey Vera dei Fates Warning, che però se ne sta solo soletto in seconda fila per non rubare la scena ai Nevermore. I suoni non sono eccellenti, a onor del vero, ma lo show procede molto bene, e i nostri regalano al pubblico chicche come “Deconstruction”, che non suonavano da anni, oltre alle solite “Beyond Within”, “I, Voyager”, “Who Decides” e la lunga “This Godless Endeavor”. La scaletta pesca a piene mani dagli ultimi due lavori, mentre misteriosamente viene ignorato quello che a detta di molti è il vero capolavoro dei Nevermore, “Dead Heart in a Dead World”. La scelta lascia molti perplessi, me compreso, ma la speranza di ascoltare qualcosa da quel disco meraviglioso rimane in vita fino a quando, al termine di “No More Will”, Warrel e soci salutano frettolosamente e lasciano il palco. Ci si guarda intorno, ci si chiede se è un bluff, si guarda l’orologio e mancando ancora almeno una decina di minuti all’appello per un attimo rimane la speranza di godere qualche bel bis. Errore! Sfora qua, sfora là, per rientrare con i tempi i poveri Nevermore sono stati costretti a tagliare un bel po’ di brani, probabilmente senza preavviso, ed ecco forse spiegata l’assenza così clamorosa di pezzi da “DHIADW”. Davvero un peccato, a conti fatti, nonostante la buona prestazione della band, quello che almeno per me doveva essere il piatto forte della serata si è rivelato quasi una delusione, non tanto per l’esibizione in sé quanto per il pensiero che sarebbe potuto essere un concerto di gran lunga migliore. (Silentwater)
SEBASTIAN BACH
Ero curiosissimo di vedere uno dei più grandi teenager idol di tutti i tempi della storia del rock. Il bel visino di Sebastian è adesso quello di un uomo fatto (e strafatto), con un passato ingombrante come quello di tre album realizzati con gli Skid Row, dei quali almeno due imprescindibili per ogni metaller che tale si voglia definire. Erroneamente pensavo che per molti dei presenti l’Evolution sarebbe terminato con i Nevermore .... e mi sbagliavo! Sotto il palco la ressa è palpabile, si attende Seb con impazienza e batticuore. Sulle note di una incazzatissima “Slave To The Grind” il frontman tutto-di-pelle-vestito schizza sul palco ed inizia a fare headbanging e a far roteare vorticosamente il microfono sulle teste delle prime file. Problemi .... problemi ... problemi ... il microfono di Seb pare settato a -20, dei misteriosi foglietti che il singer esige non saltano fuori, Dave, il suo uomo risolvi problemi, non si trova. Pezzo dopo pezzo, Sebastian si irrita sempre più, mandando a quel paese tutta la crew del festival e maledicendo i fonici. In tutto questo bailamme vengono sciorinate senza colpo ferire “Piece Of Me”, “18 And Life”, “Here I Am”, “I Remember You”, “Monkey Business” due nuove songs di Sebastian, un pezzo tratto “dal suo sito web” e la cover di “Godzilla” dei Blue Oyster Cult. Il gran finale arriva con “Youth Gone Wild”, roba che neanche Michael Crichton avrebbe saputo partorire! Parte il pezzo e da subito si spengono tutte le luci del palco. La band prosegue imperterrita, Sebastian si fa luce sul volto con una minuscola torcia, i cori dal pubblico non accennano a smettere. Dopo le luci salta del tutto l’elettricità, e addio basso, chitarre, etc.. Sabotaggio! La gente urla “ladri”, “buffoni”, “forza Sebastian”. Lo show degli headliner del festival ha sforato la mezzanotte e il regolamento comunale non ammette deroghe, nemmeno per il cantante degli Skid Row, spezzacuori di professione. La Loud ha colpevolmente dilatato i tempi durante tutta la giornata (cambi di palco estenuanti, stronzate come la Bluargh Competition, troppe band in cartellone per far vedere che la ciccia al fuoco c’è .... si, e i ritardi pure!) e la rigidità del comune fiorentino ha fatto il resto. Fine ingloriosa e mortificante per Sebastian, ma soprattutto per il pubblico pagante, sudato e stanco morto. A conti fatti, e sbollita la rabbia, posso comunque affermare che Seb ha messo su un discreto show, pieno di adrenalina e voglia di fare. Certo la voce non è più quella di un tempo, ma fisicamente il ragazzo ha ripreso tono. Non rimane che aspettare l’imminente nuovo CD di inediti “Angel Down” per saggiarne con obiettività lo stato di forma. (Psychotron)




