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Never Surrender Never Surrender

Never Surrender

Info Hangar 18

Titolo
Never Surrender
Scritto da
Psychotron

Titolo completo: Never Surrender. L'autobiografia di Biff Byford, la voce dei Saxon
Autore: Biff Byford & John Tucker
Editore: Tsunami (collana i Cicloni)
Data di uscita: settembre 2010
Pagine: 234 (brossura, illustrato a colori)


Era l'ora di leggere qualcosa di riepilogativo sulla carriera dei Saxon, in giro dal 1978, e ancora prima sotto altri monicker, tra cui lo sfrontato Son Of A Bitch. L'occasione ce la offre l'autobiografia di Biff Byford, da sempre ugola della band, oramai leader carismatico e per qualche tempo pure manager di sé stesso e dei compagni. Ventitre capitoli, dalla nascita di Biff, in una provincia proletaria di Albione (lo Yorkshire), fino a "Lionheart", ultimo studio album quando è uscita la biografia (2007 in inglese, tradotta da noi solo nel 2010).
Di storie ed aneddoti Biff ne ha da raccontare, a cominciare dal suo nomignolo, visto che in effetti si chiamerebbe Peter Rodney Byford. Biff ci fa entrare nel suo mondo, nella sua infanzia prima, poi adolescenza, al seguito di un padre minatore e poi operaio tessile (stesso destino seguito inizialmente da Biff), un umile ed onesto membro della working class, tanto depredata e mortificata in Inghilterra praticamente da sempre. Scopriamo le prime conquiste amorose di Biff, le sue amicizie, la sua militanza nei primi gruppi scolastici, fino a che la faccenda si è maledettamente ingrossata portandolo ad essere il riferimento numero uno di una delle più longeve metal band anglosassoni, dapprima protagoniste della New Wave Of Britih Heavy Metal, poi incarnazione di quelli che "ce l'hanno fatta", resistendo a tutto e tutti, decenni, cicli e mode musicali, muri di Berlino abbattuti, capitalismo, crisi, bolle finanziare e quant'altro. Lo stesso Biff fa notare come di quella golden age siano sostanzialmente rimasti solo Iron Maiden, Def Leppard e Saxon, perlomeno a certi livelli.

Molti anche i sassolini che Biff si toglie dalle scarpe, o forse dagli anfibi, dicendo la sua su qualche collega, qualche addetto ai lavori, qualche manager o discografico, ce n'è davvero per tutti i gusti. Quello che ho molto apprezzato di questa biografia è il tono schietto, umoristico, squisitamente inglese. Biff piazza battute fulminanti che sarebbero degne di uno sketch dei Monty Python. La sua vena (coadiuvata dalla penna di John Tucker, non dimentichiamolo) è amabilmente britannica, quel sense of humor tipico che nessun altro sul pianeta può vantare come un suddito della Regina. Allo stesso tempo, e qui un sassolino dalla scarpa me lo levo io, da uno come Biff, classe 1951, che pare bello saggio, navigato e disincantato nei confronti dell'universo metal (pieno di esaltati fanatici talebani che "ci credono"), tutte quelle minuziose descrizioni declinate in pagine e pagine (e pagine e pagine....) delle sue prestazioni sessuali le avrei lasciate appannaggio di gente come Motley Crue o o Poison. Biff ha un po' la fissa, ci racconta dettagliatamente di tutte le figliole che si è fatto in America, soprattutto in America, durante il periodo "yankee" della band, tanto vituperato dai fans duri e puri del gruppo. Coi Motley Crue c'è stato un vero e proprio tour, e lì se ne sono viste delle belle (in tutti i sensi). Strappone, ammucchiate, sveltine, Biff se ne vanta alquanto, il che abbassa un po' il livello di questa biografia (per pagine così mi bastava The Dirt).

Assai più interessante la disquisizione sui singoli album della band, molto approfondita grossomodo fino a "Destiny", sempre più concisa e sbrigativa a partire dagli anni '90. Chiaro che per Biff non tutte le ciambelle siano riuscite col buco (per esempio "Innocence Is No Excuse" o "Forever Free" non è che poi li ami così tanto, mentre inspiegabilmente difende a spada tratta album - a mio parere modesti - come "Metalhead" o "Killing Ground"). Il racconto dei vari tour, degli avvicendamenti nella band, della genesi dei grandi pezzi storici della discografia dei Saxon è avvincente e tiene incollato alle pagine tanto il die-hard fan, come il semplice rockettaro curioso. Ampia parte è dedicata anche alla faida con Graham Oliver e Steve Dawson, per i quali pare definitivamente tramontata la possibilità di sfruttare il monicker Saxon, oggi depositato e di proprietà di Biff.
Nel frattempo, dal 2004, la storia dei Saxon è proseguita con nuovi tour e nuovi album, non propriamente esaltanti a mio giudizio, ma tant'è, quello che rimane invidiabile guardando questi ragazzi cresciutelli è il loro spirito indomabile, la loro voglia di esserci a tutti i costi, e quell'aurea che nessuno potrà mai togliergli di colonna portante del metal, perché senza di loro questa musica sarebbe stata gravemente mancante di un pezzo fondante.

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