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Recensioni Novità The Sixxis - Hollow Shrine
 

The Sixxis - Hollow Shrine The Sixxis - Hollow Shrine

The Sixxis - Hollow Shrine

info

Titolo
Hollow Shrine
Anno
Durata
39 minuti
Nazionalità
Formazione
Vladdy Iskhakov - lead vocals, violin, piano, and
rhythm guitar
Mark Golden - bass guitar, synth
Josh “JBake” Baker - drums, percussion, pads, vocals
Paul Sorah - guitars, vocals, synth
Cameron Allen - guitars, vocals, synth
Tracklist
1. Dreamers
2. Long Ago
3. Nowhere Close
4. Home Again
5. Forgotten Son
6. Waste Of Time
7. Coke Can Steve (Inst)
8. Opportune Time
9. Out Alive
10. Weeping Willow Tree
Voto
6,5
Scritta da
Filippo Mattioli

"The Sixxis plays music for the sake of music". La musica per il bene dalla musica. L'arte per l'arte

Questo il motto che lega i cinque nuovi volti del rock americano, che questo autunno torneranno a calcare i palchi europei e americani, di spalla agli Spock’s Beard, per promuovere “Hollow Shrine”, il loro debutto full-lenght nel mondo del progressive rock. Il titolo evoca fin da subito, nella mia mente, immagini confuse e rinfuse di copertine di dischi alternative in puro stile anni novanta e al primo ascolto le influenze di Tool e Incubus si lasciano intravedere, maliziose. Ma non dimentichiamoci che stiamo ascoltando un disco che vuole definirsi progressive rock, per cui ogni battuta potrebbe essere un buon momento per una sorpresa, soprattutto se alla produzione troviamo un soggetto come David Bottrill, conosciuto per aver curato la produzione per artisti come Tool, King Crimson, Coheed And Cambria, Muse da un lato e Negramaro dall’altro. Le domande sorgono spontanee, me ne rendo conto, ma non è questa la sede. Tornando al nocciolo della questione, la qualità della produzione si fa riconoscere fin dall’apertura di “Dreamers”, con il suo riff cadenzato, reso molto efficace da una batteria precisa e ricca di groove che ci accompagnerà con costanza in tutte le tracce. Subito a seguire arriva l’irruenta e Metallica introduzione di “Long Ago”, che evolve in un molto interessante sound che ricorda gli Incubus di "S.C.I.E.N.C.E.". Su “Nowhere Close” ci si può rendere conto di quanto i Rage Against The Machine abbiano fatto scuola, sebbene la linea vocale si discosti di netto mantenendo nuances spiccatamente alternative rock. Ottima candidata a primo singolo dell’album, seguita dalla canzone-pacco dell’album, “Home Again”, brodaglia alternative trita e ritrita. Mi sono domandato più volte, duranti i vari ascolti dell’album, i motivi artistici dell’inserimento di questa canzone e non sono stato in grado di individuarne uno intellettualmente accettabile, l’unica risposta plausibile è che a qualcuno questa roba possa piacere ma, come avrete ben inteso, non è il caso del sottoscritto. De gustibus non est disputandum, per cui procediamo oltre. Per la gioia delle nostre orecchie, la tragica caduta di stile si risolve in breve tempo e trascorsi quei 3 minuti e 28 secondi di agonia acustica di cui abbiamo appena accennato ci troviamo a seguire il filo del discorso di “Forgotten Son”. Cupa ballata sapientemente arrangiata, in cui un tappetto di chitarra acustica fa da sfondo a una sezione ritmica incalzante e a una chitarra elettrica dosata con paziente sapienza incrocia l’ipnotica linea di basso. La linea vocale ricalca le tipiche atmosfere “maynardiane” seppur meno elaborata di queste. A seguire la delicata e a tratti fortemente sincopata “Waste Of Time” nella quale possiamo sentire, per la prima volta nell’album, l’ingresso dei violini che contribuiscono a caratterizzare il pezzo. La canzone svolge in maniera onesta il suo lavoro, lasciandosi ascoltare piacevolmente, senza però lasciare segni particolari. Cosa in cui la successiva “Coke Can Steve”, unica traccia strumentale dell’album, riesce benissimo, coniugando atmosfere progressive, stoner, metal e alternative in un amalgama fluida e di piacevole ascolto. Senza dubbio il pezzo in cui il gruppo è riuscito a dare il meglio di sé, scostandosi un pelo da quelle che sono le logiche del marketing. In chiusura troviamo le ultime tre tracce dell’album: “Opportune Time” e “Out Alive” si presentano come buoni pezzi in quello che ormai pare essere lo stile portante della band, ma non lasciano segni particolari. Migliore la sorte di “Weeping Willow Tree”, ballata conclusiva che ricorda atmosfere del profondo ovest, arrangiata egregiamente con arpeggi di chitarra che contornano il vero cuore della canzone, costituito da una linea di basso melodica e avvolgente. In sostanza un buon disco con un’ottima sezione ritmica, ma non certo un prodotto innovativo. Ciononostante, ci possiamo aspettare qualcosa di decisamente più interessante in futuro, vista e considerata la caratura di questi musicisti. Quindi teniamoli d’occhio, sperando che il loro fare “arte per l’arte” non si risolva in una creazione puramente fine a se stessa.

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