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Interviste Interviste Dark Lunacy
 

Dark Lunacy Dark Lunacy

Dark Lunacy

intervista

Scritto da
Edoardo Giardina
Data
Luglio 19, 2014

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Dark Lunacy
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darklunacyBand di assoluto valore, nonché orgoglio italico, i Dark Lunacy hanno mietuto consensi un po' ovunque, Stereo Invaders compresa, con il loro ultimo "The Day Of Victory". Ecco il resconto di una chiacchierata sulla band, musica e non solo.

- Benvenuti sulle pagine di Stereo Invaders! Non sono necessarie troppe presentazioni per una band come i Dark Lunacy, andiamo diretti al dunque se siete d’accordo. Il nuovo album "The Day Of Victory" è uscito da davvero poco tempo e la critica sembra lo abbia accolto bene (compresi noi di Stereo Invaders); non è così scontato però che anche il gruppo stesso lo abbia metabolizzato con altrettanta facilità. Voi ne siete soddisfatti? Cambiereste qualcosa? La ritenete un'esperienza positiva?

- Per prima cosa vorrei fare un caro saluto a te e a tutti i lettori di Stereo Invaders. Sì, siamo molto soddisfatti di "The Day Of Victory", giorno dopo giorno riceviamo una marea di consensi da tutte le parti del mondo, questo non solo ci gratifica, ma al contempo ci conferma che le scelte iniziali, l’approccio e il metodo di lavoro che abbiamo perseguito, si sono rivelati assolutamente opportuni. Noi stessi non ci aspettavamo un entusiasmo così grande da parte della critica. Oggi il mondo è quanto mai invaso da musica e generi che arrivano da ogni parte ,sentire, leggere e percepire che siamo in presenza di un album ancora in grado di emozionare, ci onora; per questo, anche dopo un’attenta riflessione sul lavoro svolto, posso affermare senza indugio che non cambierei nulla di quello che è stato il prodotto finale: premesso ciò posso ribarire che l’esperienza è stata del tutto positiva. Del resto questo è ciò che è sempre accaduto per ogni album che abbiamo portato a termine nel corso della nostra storia.

- Tornando ancora più indietro nella vostra discografia, "Weaver Of Forgotten" è uscito, per vostra stessa ammissione, dopo un periodo abbastanza difficile per la band. Ed effettivamente potrebbe essere considerato un capitolo un po’ a parte tra tutte le vostre release. Cos’è rimasto oggi di quell’album e di quell’esperienza?

- "Weaver Of Forgotten" è un dico molto introspettivo, l’approccio all’apparenza molto diretto, nasconde tematiche di un’ intimità che difficilmente riuscirò a riscrivere. È un disco che la band ha consegnato alla propria storia e che un giorno verrà rivalutato a pieni voti. Weaver ha segnato un nuovo inizio. Una rinascita. La band, completante rinnovata, si trovò a doversi reinventare quasi da zero, portandosi in eredità solo il nome. Sono ben consapevole che tanti fans siano rimasti inizialmente spiazzati, ma questo era previsto. Credo che la forza di questo album risieda principalmente nel fatto di essere riusciti a mantenere un equilibrio tra le difficoltà fisiologiche di una band formata da persone che non avevano mai lavorato insieme con la voglia di essere un gruppo, guardare al futuro e riportare in alto il nome della band.

- Sempre "Weaver Of Forgotten" vedeva la presenza, tra gli altri, di Andy Marchini, un bassista che stimo molto di una band che ammiro altrettanto. E trovo che il suo modo di suonare si conformasse e inserisse bene nel contesto Dark Lunacy, anche oltre le aspettative iniziali, una sorta di asso nella manica in più per il gruppo? Come mai avete deciso di non continuare con questa formula? E in che modo si è inserito Jacopo Rossi?

- "Tralasciando per un attimo le sue indiscutibili qualità tecniche, posso dirti che Andy non solo è un ottimo bassista, ma anche un caro amico ed in "Weaver Of Forgotten" il suo supporto è stato determinante; così come lo è stato Claudio Cinquegrana con il quale ho condiviso la rinascita dei Dark Lunacy. Tuttavia, quando si parla di muovere una band “impegnativa” come la nostra, bisogna mettere sul piatto diverse – e quanto mai oggettive – realtà; ed è in quel momento che l’uomo più che il musicista, deve saper valutare ogni cosa e da lì fare delle scelte. Avviene quindi che, per riuscire a perseguire un obiettivo che richiede una determinazione assoluta, l’amicizia, il rispetto e la qualità artistica del singolo, devono sapersi scindere con l’impegno, la disponibilità ed il senso di appartenenza al collettivo…più comunemente chiamato “band”. Ecco dunque la scelta di puntare su Jacopo Rossi. Senza nulla togliere al suo predecessore, Jacopo in questo disco ha dimostrato, non solo le sue assolute capacità tecniche, ma anche una straordinaria predisposizione emotiva ingrediente fondamentale che rende "The Day Of Victory" il lavoro più partecipato e completo della nostra storia.

- Andando ulteriormente a ritroso nel tempo arriviamo a "The Diarist" e al suo concept sull’assedio dell’allora Leningrado, durato novecento giorni. Penso che molti fan si chiedano il motivo di questo vostro profondo interesse per la storia e la cultura russa. Come lo spieghereste?

- La mia attenzione per la cultura Russa arriva ancor prima della nascita dei Dark Lunacy. Essendo chi ti scrive, grande appassionato di letteratura classica, i grandi scrittori Russi hanno inevitabilmente contribuito ad individuare in questo grande paese il fulcro dei miei interessi. Questo mi ha spinto ad intraprendere diversi viaggi in quelle terre. In uno di questi, più precisamente a San Pietroburgo, vidi le cicatrici ancora ben visibili dell’assedio che la città (la allora Leningrado appunto) dovette subire e fronteggiare tra il 1941 ed il 1944: fu quella la prima volta che incontrai la storia dei 900 giorni di Leningrado, un’epopea che, attraverso la testimonianza dei Leningradesi espressa ancora oggi per mezzo di opere monumentali, ci racconta con inaudita potenza le sofferenze e al contempo la gloria di un popolo che non volle arrendersi. Da qui, è cominciata la voglia di addentrarmi sempre più nella storia, alla continua ricerca dedita a scoprire i dettagli su cosa accadde in Unione Sovietica durante la seconda guerra mondiale. Scrivere The Diarist è stata un’esperienza che mi ha insegnato il valore della vita stessa.

- "The Diarist" vi aveva portati in Russia e avevate romanticamente concluso il vostro tour a San Pietroburgo, città a cui si ispirava. Dopo "Weaver Of Forgotten" ci siete tornati, dimostrando anche un certo legame coi vostri fan. Ora che "The Day Of Victory" ha nuovamente un concept totalmente ispirato alla storia russa, avete intenzione di fare un ritorno in grande stile in quella terra, per altro segnata da diverse difficoltà, diciamo così, "politiche"?

- "The Day Of Victory", è uscito il 9 maggio scorso. Il 15 dello stesso mese (una settimana dopo) avevamo in programma un tour di 10 date per presentare l’album che ci avrebbe visto in Ucraina, come prima tappa del tour, per poi proseguire in terra Russa. Il tour era pianificato già da qualche mese, ma le disastrose e dolorose vicende che si sono sviluppate nel mentre, non ci hanno consentito di partire. Il programma è stato posticipato per la fine di agosto di quest’anno. La voglia di suonare in quelle terre ha una valenza che va oltre la musica, ma ciò che in questo momento mi preme sottolineare, e che è di certo più importante di un tour dei Dark Lunacy, è che presto si arrivi ad un accordo tra queste due nazioni e che la forza del compromesso prevalga sulla rivalsa di un identità politica. La pace tra i popoli è l’unica via di salvezza per l’umanità. Questo non lo dice Mike Lunacy ma la storia.

- Il pubblico russo come accoglie un gruppo italiano, e quindi un artista straniero, di una cultura diversa e distante, che sia così tanto ispirato al suo Paese, alla sua storia e alla sua cultura? Ti è mai capitato di incontrare qualcuno che invece si risentisse di questo fatto?

- A parte alcuni interventi isolati di ragazzi Russi che non apprezzano il nostro atteggiamento, la maggioranza della Russia che ascolta metal (e non solo), è con noi. Una grande realtà in costante crescita che ci ringrazia quotidianamente per il nostro modo di far musica. Ci ringrazia perché siamo una della poche realtà musicali al mondo che ha il coraggio di parlare della storia in questo modo così palesemente schierato e di urlare con forza che, senza la memoria storica l’uomo è destinato a soccombere. Durante l’ultimo tour, ho stretto la mano a uomini ormai di una certa età che, vestiti in uniforme, mi raccontavano che ciò che indossavano in quel momento era la divisa del proprio padre caduto durante l’ultimo conflitto mondiale. Uomini semplici che con altrettanta, disarmante semplicità, ti rendono onore. Aggiungo – e concludo – che sono questi i momenti in cui ti senti orgoglioso non solo di essere un musicista, ma di esistere. L’affetto che ci portano questi fans a dir poco unici, non si può descrivere. Certo è, che la loro fiducia, ci rende umili e al contempo sereni di ciò che siamo.

- Questo così forte innamoramento per una terra diversa e lontana ha comportato qualche cambiamento nel rapporto che avete con le vostre radici ed origini? Oppure è semplicemente un interessamento intellettuale?

- Inizierò dalla seconda parte della tua domanda dicendoti che l’interessamento intellettuale c’è ed è, credo, abbastanza evidente. Ma in tutta onestà, ti dico che questo nostro approccio a certe tematiche, mi da la consapevolezza di trovarmi davanti ad un’impresa a tratti molto impegnativa, ma che se portata a termine, riesce a completarti soprattutto sotto l’aspetto umano più che musicale, e questo è per me motivo di orgoglio. Vorrei ora approfondire il discorso con questa mia personale (e forse un po’ scomoda) riflessione. Nel suo evolversi attraverso la storia, il metal oggi ci consegna band che hanno forgiato il loro successo parlando di satanismo, razzismo, nazismo, istigazione all’odio, alla violenza, al suicidio, all’abuso di ogni sostanza chimica che ti può in qualche modo distoglierti dalla realtà;una realtà troppo forte da combattere dalla quale si decide di scappare con l’autodistruzione. Poi abbiamo le band che percorrono la via della disobbedienza civile e della denuncia sociale, anche in questo caso, lascio a quest’ultime il compito di denunciare la società moderna. Oggi, urlare contro le ingiustizie, la corruzione, gli abusi di potere, la politica marcia, è un proposito onorevole, ma purtroppo inadeguato e velleitario. Centinaia di band l’hanno fatto e continuano a farlo, ma senza ottenere nulla dalla coscienza di chi li ascolta se non un patetico modo di atteggiarsi in nome di un’indignazione fine a se stessa, figlia della moda del momento. Personalmente credo che ogni cosa debba partire dalla nostra coscienza e successivamente sarà il coraggio che abbiamo dentro che dovrà fare la sua parte per riportare alla luce il valore morale che è in noi. Se scrivo e denuncio un’ingiustizia, la gente applaude, ma alla fine non reagisce. Se invece (ed è questo il mio pensiero) scrivo e riporto la memoria storica, la gente non reagisce, ma forse inizia a pensare. Ecco perché i Dark Lunacy parlano di emozioni interiori e le riportano passando attraverso l’incedere dell’umanità, andando ad analizzare la storia, nel tentativo ambizioso di valorizzare la voglia di riscossa (o di rinascita se preferisci) dell’essere umano. La volontà di risorgere nonostante le bruttezze del mondo e il desiderio di lasciare un segno di pace. Come vedi, ognuno la vede come vuole. Il mio pensiero è questo e non intendo mutarlo. Ritornando un attimo sul discorso della disaffezione territoriale, non posso risponderti poiché è ben noto che a Parma come in tutto il resto d’Italia, le occasioni per suonare e creare un conseguente movimento pro o contro, sono così rare che è improbabile arrivare a presupposti simili (…eheh…).

- La formazione dei Dark Lunacy è sempre cambiata molto di album in album, e Mike è rimasto l’unico punto fermo in tutto questo tempo. Lo si può paragonare, per quanto riguarda il ruolo all’interno della band, ad un Chuck Schuldiner nei Death o ad un Jeff Waters negli Annihilator? Dove finisce Mike Lunacy e dove iniziano i Dark Lunacy?

- Hai appena citato due nomi (mi riferisco in particolar modo al primo) che reputo autentici maestri e che ancor’oggi mi fanno emozionare solo a sentirli nominare. Detto questo e parlandoti con tutta l’umiltà che è in mio possesso, ti dico che i Dark Lunacy sono una band. Mike Lunacy è il cantante e coautore delle canzoni che la band ha scritto in questi 15 anni di storia. I Lunacy sono stati una band affiatata, unita, inseparabile, fino a "The Diarist". Poi è successo quel che è successo e dalle macerie di ciò che rimase, ripartirono da zero. Per questo, in "Weaver Of Forgotten", il disco della rinascita, l’unico superstite rimasto, si è addossato la responsabilità di impugnare il timone della nave. Ma gli anni sono passati, il vento ha continuato a gonfiare le vele, i marinai sono diventati “compagni di viaggio” ed ognuno ha saputo fare la propria parte. Ecco dunque che i Lunacy sono ritornati ad essere una band: Mike, Dan, Jacopo e Alex. Affiatati, uniti, inseparabili.

- E ora concedetemi una domanda un po’ ironica: come mai non c’è nessuna chitarra a otto corde sul nuovo album e non si sente nessun breakdown né alcuna influenza djent? Oramai vanno così di moda....

- Si…aggiungerei anche un po’ di blast beat…eheh. A parte le battute (appunto) e con tutto il rispetto verso gli infiniti generi che si possono esplorare, ai Dark Lunacy piace essere Dark Lunacy. Mi spiego meglio: sperimentare è importante perché è il modo migliore per sfidare se stessi e nella sfida si cresce, ci si evolve, ma esistono confini che , passami il temine, la saggezza acquisita in tanti anni, ci dice di non oltrepassare. Ovvio che ognuno di noi, specialmente nei periodi in cui non lavoriamo insieme, ama addentrarsi nei generi più vari, ma quando lavoriamo uniti sotto il nome del Lunacy, abbiamo la consapevolezza che in una canzone, è il pathos quello che deve trionfare. Tecnicismi esasperati da seminario musicale, così come la brutalità fine a se stessa, i suoni di plastica, la velocità senza un senso, li lasciamo a chi ama fare ciò. Noi siamo diversi. Sarò obsoleto, ma sono ancora convinto che una canzone deve saperti far muovere la testa e darti l’energia per pogare, ma deve anche saper farti chiudere gli occhi e commuoverti.

- È ancora troppo presto per chiedere quali saranno le vostre prossime mosse? Avete già in mente qualcosa per il futuro?

- Come ti accennavo poc’anzi, per ora ci concentreremo sugli spettacoli dal vivo: Russia, Messico e molto probabilmente Giappone verso fine anno, sono i nostri prossimi obiettivi ed il resto verrà da sé. Realizzare "The Day Of Victory" è stato un lavoro carico di soddisfazioni, ma anche molto impegnativo. Credo sia giusto, per un attimo, tirare il fiato. Se ci mettessimo a combattere su più fronti, senza concederci un po’ di riposo per riordinare le idee, rischieremmo di disperdere inutilmente le forze. Oggi ci concentriamo sul progetto live, portato a casa questo, si apriranno nuovi argomenti.

- Vi ringraziamo per il tempo concessoci. Lo spazio qua sotto è tutto vostro se intendete fare qualche considerazione finale!

- Oltre a rinnovarti il mio più caro ringraziamento a nome mio e dei ragazzi, mando a te, alla redazione di Stereo Invaders e tutti i ragazzi che stanno leggendo, un grande abbraccio. Grazie per averci permesso di fare il punto della situazione con i nostri fans in modo così dettagliato e di averci permesso di presentare i Dark Lunacy a tutti coloro che ancora non ci conoscevano. A presto.

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