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Metalfest Open Air Italy Metalfest Open Air Italy

Metalfest Open Air Italy

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Giugno 05, 2012
Milano (Alcatraz)
Scritto da
MetalMilitia71

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Metalfest Open Air Italy
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Analizzare in questa sede l’insuccesso obiettivo di pubblico al MetalFest italico (ironicamente definito sul sito “open air festival”) non è facilissimo, seppure il buon senso ci porta a concludere che queste tre giornate di giugno siano state troppo vicine al Gods of Metal, quest’anno in versione gigantesca con addirittura 4 date nell’infausta location dell’ex area Fiera di Rho. Lo spostamento al chiuso dell’Alcatraz a Milano a mio avviso è solo una scusa, la prevendita anche quando il festival era previsto per essere disputato su una “fetta” del Brianteo di Monza, è stata evidentemente di basso livello. Certo rimane un peccato e un occasione perduta, perché a ben vedere i tre gruppi headliner (Blind Guardian, Megadeth e Kreator) e le altre band che componevano il bill non erano assolutamente male, personalmente nell’arco dei tre giorni sono stati ben otto i gruppi che normalmente seguo e apprezzo.
Procediamo con ordine:

1° giorno METALFEST - 5 giugno 2012:
Giungiamo sul posto quando si sta concludendo l’esibizione dei Triptycon, e capiamo subito che la serata non sarà certo di quelle vincenti per il pubblico. Un centinaio di fan sotto il palco, diversi sparpagliati per il locale (fortunatamente le band almeno si esibiscono sul palco grande) e sicuramente un cinquantina fuori nelle vie limitrofe all’Alcatraz, non essendo interessati per il momento alla band che suona. Sono gli Alestorm, band folk metal scozzese ad aprire dal nostro punto di vista la giornata. La band gode evidentemente di un discreto seguito di fan italiani, presumo giovani, e notiamo sul palco la presenza di ben due pianole portatili, una utilizzata anche dal riccioluto cantante. Senza offesa per i fan, su Facebook ho parlato di “band da sagra della mozzarella di bufala di Casoria”, obiettivamente un metal troppo lontano da quello che il sottoscritto considera tale; va bene il divertimento, vanno bene i riferimenti alle gozzoviglie e all’alcolismo più sfrenato e allegorico, però la loro esibizione mi ha lasciato alquanto perplesso.
Per fortuna l’atmosfera si è subito surriscaldata con i Legion Of The Damned! I riff sulfurei e lugubri del chitarrista di Richard Ebisch hanno subito creato l’atmosfera giusta e i seppur pochi presenti non hanno resistito prima al pogo più sfrenato poi addirittura ad un vero “Wall of Death” stile Wacken durante le velocissime canzoni degli olandesi, autori di un thrash/death metal che non lascia nessuno scampo al malcapitato spettatore! “Infernal Wrath”, “Son Of Jackal” e “Cult Of The Dead” eseguite di fila sono una mazzata nelle gengive. C’è da dire che il riffing di chitarra dei Legion è molto particolare e il loro trademark si riconosce subito, sebbene a lungo andare devo anche ammettere che, per via della voce monocorde di Maurice Swinkels, molti brani si assomigliano. Buona presenza scenica quella di Maurice, che sembra un personaggio, a giudicare dal fisico, con cui e meglio sempre andare d’accordo! “Death Head’s March”, “Bleed For Me” fino all’accoppiata finale “Night Of The Sabbat” e “Legion Of The Damned”, sono bordate che soddisfano la voglia adrenalinica del thrash senza compromessi.
Abbastanza soddisfatti della prestazione degli ex Occult non resta che attendere che i roadie preparino la scena e gli strumenti per la storica death metal band melodica svedese, gli Hypocrisy. Il drappo sullo sfondo è quello dell’ultimo album studio "A Taste Of Extreme Divinity", con tanto di sacrificio umano in evidenza. Dopo le iniziale note di tastiere di “Fractured Millenium” la band di Peter Tatgtren entra in scena ma subito si notano suoni di chitarra bassi, con lo stesso cantante/chitarrista che fa evidenti segni di alzare il volume del suono strumento. E’ la prima volta che incrociamo il percorso di Tatgtgren, che ricordiamo anche mastermind del gruppo rock Pain, oltre che oramai apprezzato produttore con i suoi Abyss Studio. Anche “Valley Of The Damned” a mio avviso non ha i suoni mixati giusti e soltanto con “Adjusting The Sun” si possono finalmente apprezzare i singoli strumenti. Peter propone ovviamente il suo cantato growl, nel suo stile personale e la potenza della band scandinava emerge soprattutto grazie alla parte ritmica composta dallo storico Mikeal Hedlund al basso e dal “vichingo” (in tutti sensi) Horgh dietro le pelli. La band sappiamo è composta storicamente da solo tre elementi, mentre non sappiamo se la chitarra aggiunta dal vivo sia ancora l’ex Darkane, Klas Ideberg. Dopo la melodica “Fire In Sky” l’atmosfera comincia a farsi veramente feroce e oscura, e a seguito dell’immancabile “Killing Art” gli Hypocrisy propongono un medley tratto dal loro secondo album studio. Purtroppo per noi siamo lontani dalla svolta “melodica” del 1992 con "Abdcuted", quindi il trittico “Pleasure Of Molestation"/"Osculum Obscenum"/"Penetralia” non può che lasciarci annichiliti dal muro sonoro quasi inascoltabile che la band svedese ci propina. In queste canzoni di melodico non c’è veramente nulla, solo death svedese primordiale, qualcosa di veramente estremo, almeno per quei tempi. “Eraser”, “The Final Chapter” e la conclusiva “Roswell ‘47” (accolta dal pubblico addirittura con cori in stile Maiden) ci riportano al sound che più ci piace degli Hypocrisy. In ogni caso, una performance che non mi ha convinto del tutto, l’impressione che Peter & company siano passati per Milano solo per timbrare il cartellino è forte. Oltre alla mancanza di un depliant che illustri gli orari della band (ok c’è il web, però scandaloso che non sia stata stampata per il pubblico almeno una piccola guida) non c’è un vero e proprio stand per il “meet & greet” con gli artisti ma, come vedremo anche nei giorni successivi, è stato molto facile intercettare diversi personaggi che passavano dall’area ristoro esterna all’Alcatraz al backstage e viceversa, in modo tale da poter firmare autografi e fare le classiche foto ricordo.
Sono i newyorkesi Anthrax ad incendiare definitivamente la prima giornata del MetalFest, poco più di 50 minuti in cui la band di Scott Ian ha saputo creare il solito feedback eccezionale tra palco e pubblico, con un mosh pit da paura, soprattutto su pezzi iper classici come “Indians” e “Madhouse”. Joey Belladonna con il suo microfono ridotto è salito spesso sugli amplificatori per incitare il pubblico milanese, come sempre impeccabili Frank Bello al basso (al solito, scatenato) e Rob Caggiano, con berretto di lana sulla testa anche con i 30 gradi all’ombra, alla chitarra solista. Mi ha impressionato il suono della batteria di Charlie Benante, al di là della sua straordinaria capacità dietro le pelli (per gli esperti inferiore solo a Dave Lombardo), il suono dei tamburi e dei piatti era eccezionale, non ricordo altri settaggi così spettacolari dello strumento. Scott Ian si è scatenato nelle sue corse circolari e nei backing vocals, bellissime anche le versioni dal vivo delle due nuove canzoni “Fight ‘em Till You Can’t” e “The Devil You Know”. Praticamente il pubblico era già con loro fin dalle prime note di “Caught In A Mosh” e “Got The Time”, le prime due canzoni eseguite ma, gli Anthrax hanno quella capacità innata di coinvolgere il pubblico grazie al loro dinamismo sul palco, assolutamente contagioso. Così ovviamente non passano certo inosservate nemmeno “Antisocial” e “Among The Living”, prima che la folla dei thrashers oramai impazzita come cavalli lasciati fuori dalla stalla si scateni nell’ultimo, purtroppo, assalto alla baionetta di “I’m The Law” (preceduta dal siparietto a più voci di “I’m The Man”). Spettacolo puro e, scusatemi se lo dico, un fuck off per chi non c’era! Per altro bravissimo Belladonna a ricordare le vittime del terremoto in Emilia e anche Ronnie James Dio a due anni dalla morte.
La serata oramai si avvia alla fine e, bisogna riconoscere che gli orari sono perfettamente rispettati, tanto che alle 21.30 precisa le luci si spengono per l’intro dei Blind Guardian. “Sacred World” ancora una volta apre la set list dei bardi, come sempre molto bravi come musicisti ma dalla presenza scenica a dir poco imbarazzante. Fa piacere, durante il concerto sentire un coro dedicato ad Hansi Kursh, cantante (ed ex bassista) oltre che mastermind della band di Krefeld, sebbene in un completo nero, come tutta la band del resto non tanto per scelta artistica quanto per una scarsa fantasia tipicamente teutonica a mio avviso… Grandi cori per le classiche sempre verdi, come “Welcome To dying”, “Nighfall”, “Cry From Talaron”, e poi c’è stato anche il ripescaggio di “Fly”, canzone su Peter Pan estratta dall’incompreso "A Twist In The Mist". La vera sorpresa però è “Last Candle” che come ricorda lo stesso Hansi è un pezzo mai suonato dal vivo in Italia, tratto dal bellissimo "King Of The Twilight Hall". Belli gli applausi ritmati e i cori che riprendono il finale della canzone con “somebody’s out there….”. Il pubblico però si esalta ancora di più, come da copione, con “Vahalla”, in particolare alla fine del pezzo con i fan che sono andati avanti oltre cinque minuti nel cantare le liriche del ritornello “Vahalla, deliverance, why you ever forgotten me?”, accompagnato dal ritmo della batteria di Frederick Ehmke. Quest’ultimo, pelato con vistosi orecchini è veramente un portento dietro le pelli tanto da superare il pur illustre predecessore Thomas Stauch. Nella prima parte del concerto ricordiamo anche l’esecuzione della power/thrasher “Majesty” quasi sempre richiesta dai fan più vecchi e, sebbene in una intervista il bravo Andrè Olbrich abbia detto quasi di “odiare” quel pezzo, si trova suo malgrado ad eseguirla quasi ogni notte! Molto spazio, come sempre alle canzoni di "Nightfall In The Middle Earth", da cui vengono estratte anche “When Time Stand Still (At The Iron Hills)” e seguita dalla consueta cinematografica intro, “Into The Storm”. Insomma, da come avrete capito se sul palco i Guardian non sono molto empatici e dinamici, le loro canzoni sono immortali e fanno sempre cantare a squarciagola i presenti, del resto come sarebbe possibile non esaltarsi nelle esecuzioni di “Immagination From The Other Side”, “A Past And A Future Secret”, “The Bard’s Song (In The Forest)”, “Bright Eyes” e la conclusiva “ Mirror Mirror”.


2° giorno METALFEST - 6 giugno 2012:
Il nostro secondo giorno all’Alcatraz inizia nel tardo pomeriggio, quando manca un ventina di minuti circa all’esibizione dei Behemoth, band death metal polacca. La band ovviamente ha un suo gruppo di seguaci, sebbene sia molto lontana dai gusti di chi vi scrive. Sicuramente dal punto di vista scenografico i Behemoth con le mascherate dei singoli componenti, i microfoni fatti come cobra intersecati, che per altro si accendono ad un certo punto del concerto, e con un lancio di coriandoli rigorosamente neri nel finale hanno dato una sferzata dal punto di vista spettacolare alla MetalFest, ma francamente li ho trovati più adatti ad una “rimpatriata di Satanisti sul lago Bodom” in Finlandia, senza con questo ancora una volta offendere gusti personali, sebbene tale Nergal (il cantante - chitarrista) non abbia esitato in ogni caso ad offendere gratuitamente non tanto la Chiesa come istituzione ma le figure stesse su cui si fonda la religione cristiana. E su questo stendiamo un velo pietoso.
Boccata d’ossigeno sicuramente alle 20, quando le luci si spengono per il concerto degli W.A.S.P., hard rock/metal band fondata da Blackie Lawless 30 anni fa. Non è un caso quindi se l’alto cantante-chitarrista si presenta di spalle con la maglia con il n.30 sulla schiena sulle note di “On Your Knees”. Trent’anni che a mio avviso non sono stati festeggiati degnamente in questa serata milanese (che per altro vede un po’ più di pubblico rispetto a ieri), perché Blackie non solo è parso svogliato, eccetto il minimo sindacale in “I Wanna Be Somebody”, nella quale ha rispolverato il classico giochetto di dividere il pubblico in due ali per farlo cantare, ma secondo ha anche preso un po’ in giro i suoi fan europei. Si, perché a distanza di due anni ha riproposto la stessa identica scaletta, ovviamente ridotta perché non era headliner in questo caso, della data di Milano del 2010. Quindi ancora “Real Me”, “Crazy”, “Babylon’s Burning” e l’inutile medley “Hellion"/"I Don’t Need No Doctor"/"Scream Until You Kike It”. A seguire poi l’immancabile “Wild Child” e la stupenda “Idol”, allungata ancora con il bellissimo solo di Doug Blair che però, visto il poco tempo a disposizione, poteva e doveva essere tagliato per inserire un'altra canzone. Insomma un concerto che mi ha deluso molto come scaletta, non tanto perché la rinnovata sensibilità religiosa di Blackie lo abbia portato a rinunciare a suonare “Animal”, questo lo posso anche accettare, ma proprio per l’inutile e deleteria staticità di un set-list fin troppo collaudata, senza per altro nessun effetto scenico rilevante (come due anni fa nessun microfono pirotecnico).
L’atmosfera non può che surriscaldarsi mentre si avvicinano le 21.30, orario d’inizio dell’esibizione dei Megadeth. Dave Mustaine in camicia bianca, con la sua Dean con le insegne dell’Angelo Vendicatore sembra essere in serata, eccetto qualche problema di voce (immancabile) all’inizio di “Never Dead”, ottimo pezzo tratto dall’album "Th1rte3n". Siamo nelle primissime file ma, sull’inizio di “Headcrusher” siamo già costretti ad arretrare: un pogo selvaggio si scatena e non abbiamo più l’età né il fisico per sostenere la battaglia! “Hangar 18” non può certo calmare il marasma nel mosh pit che si è spaventosamente creato tra i thrasher più agguerriti, da una posizione di relativa sicurezza ci godiamo lo splendido scambio di asce tra Dave e Chris Broderick, come sempre tecnicamente impeccabile! Scaletta un po’ rivoluzionata che vede comunque “Ashes In Your Mouth”, “She-Wolf” (con il duetto molto maideniano delle due chitarre nel finale), “Trust” (dove Mustaine rispolvera la Dean doppia), e due pezzi ancora del nuovo album “Whose Life (It Is Anyways)” e “Public Enemy Number 1”. Devo dire che quest’ultima canzone migliora sempre con il tempo, a forza di ascoltarla dal vivo (era stata presentata in anteprima in Italia l’anno scorso al Big 4, ad eccezione di una versione non ancora definitiva suonata ad Amburgo). David Ellefson con il suo basso ha trovato a sorpresa molto spazio, sia per l’introduzione di “Poison Was The Cure” poi per l’intermezzo narrato da Dave Mustaine (con voce registrata, non presente sul palco) della breve “Dawn Patrol”, accompagnata anche da studio solo da batteria e basso. E’ il momento poi di “Sweating Bullets”, prima di due capo-saldi inamovibili della set-list dei Megadeth, “Symphony Of Destuction” e “Peace Sells…” con - inutile sottolinearlo - tutti a cantare i rispettivi ritornelli. L’esecuzione della sempre epica “Holy Wars… The Punishment Due” da un lato scatena ancora l’energie residue dei metalheads presenti, dall’altro però, orologio alla mano, ci si chiede “è già finita?”. Un vero peccato perché praticamente dopo 70 minuti scarsi Dave & soci salutano Milano (con sempre la bellissima frase che tradotta in italiano significa “guidate piano perché vi voglio vedere la prossima volta”), in una serata che sembrava vincente da tutti punti di vista, e non sono neanche le 22.45! Non credo che c'entri nulla il concerto del giorno prima in Croazia finito a bottigliate (Dave un paio di volte a fatto il giro del palco ringraziando e applaudendo il pubblico, non sembrava certo incazzato con i fan italiani); forse la presenza scarsa di pubblico ha convinto la band e il management ad una scaletta ridotta che per la prima volta ha visto in Italia non eseguita “In My Darkest Hour” e anche una altra super classica “Wake Up Dead”. Ma può anche darsi che, al di là delle apparenze, qualcuno della band non stesse bene, chissà...in ogni caso paragono i 70 minuti dei Megadeth ai 50 del giorno prima degli Anthrax, da applausi!


3° giorno METALFEST - 7 giugno 2012:
Siamo giunti quindi al giovedì, terza e ultima giornata dello sfortunato MetalFest italiano che vede forse la presenza minore di pubblico, anche rispetto a martedì! Sono da poco passate le 15 e quando giungiamo all’entrata del locale i Brainstorm hanno appena preso il via del concerto! Uno sparuto drappello di una cinquantina di fan e poco più è sotto il palco, dove sullo sfondo è collocato il drappo della copertina dell’ultimo album, "On A Spur Of The Moment". Andy B. Frank, il frontman dei Brainstormm ha arringato la folla con la consueta bravura, mostrando anche una voce pulita considerando le calure che, anche per gli artisti non devono essere state facilmente sopportabili. E’ stato bello vedere lui e anche il bassista Antonio Ieva (sarà italiano a tutti gli effetti?) ridere e scherzare e tutto sommato essere soddisfatti per la reazione positiva di una cinquantina di fan, ma questo è il metal! Per altro i Brainstorm hanno sciorinato anche alcuni classici come “Sheva’s Tears”, “Fire Walk With Me” e “High Without Lows”, che ricordavamo bene a memoria, oltre che ad alcuni pezzi nuovi, come “Temple Of Stone”. Andy che ci ricorda che il giorno prima è stato in spiaggia a Lido di Jesolo e, come tutti i tedeschi d’altronde, la passione per il nostro vino prima di lanciarsi in emozionante finale di concerto tra applausi e sorrisi sinceri.
Non c’è tempo per fermarsi troppo a riflettere, perché un mezzora circa e sarà la volta dei Death Angel, storica band della bay trashes area di San Francisco che per altro, come letto sul web, questo pomeriggio suonerà tutto il primo album, il seminale "The Ultra-Violence", la cui cover non a caso viene esposta alle spalle della batteria. Per altro, a dimostrazione di quanto siamo lontani dal divismo delle rock star miliardarie, lo stesso Rob Cavestany sale sul palco per il soundcheck della sua chitarra, senza per altro essere quasi notato!!! E' la prima volta che vedo i Death Angel con la nuova line up, ovvero con Damien Sisson al basso e Will Carroll alla batteria. Pronti e via: “Trashers” con i suoi sette minuti e passa segna l'inizio delle scorribande non solo sul palco ma ovviamente soprattutto sotto il palco dove, malgrado siano circa le 16.30 la gente si scatena al ritmo dei riff serrati di Cavestany. Mark Osegueda come sempre con la lunga capigliatura rasta e bottiglia di vino in mano (a cui saggiamente alternerà della sana acqua naturale!), sarà come sempre un ottimo cerimoniere, con la consueta simpatia e affabilità, per non parlare delle miriade di volta che ha salutato e ringraziato il pubblico (al massimo sotto il palco eravamo in 100 ma, stimando per eccesso). “Evil Priest”, e “Voracius Souls” sono pezzi che al di là della celebrazione di "The Ultra- Violence" sono sempre presenti nelle set list della band californiana a cui si aggiunge l’assalto sonoro, “simbolo dell’unità del metal” come dice Mark di “Kill As One”: il riff massacrante di Rob viene poi seguito da tutta la band, e Sisson si rende abbastanza mobile, magari non scatenato come era Gus Pepa però sicuramente all’altezza della situazione anche dal vivo. Bene anche Carroll che avrà modo di mostrare la sua bravura nella stupenda lunghissima strumentale intitolata appunto “The Ultra Violence”, dieci minuti di thrash anche molto tecnico in cui ci piace citare anche la chitarra ritmica del magrissimo Ted Aguilar. Mark ritorna in scena più carico che mai lanciando “Mistress Of Pain”; il devastante, meraviglioso e cinetico concerto dei Death Angel si conclude con “Final Death”, raramente eseguita dal vivo e, praticamente ultima traccia del famigerato primo album. Come gli Anthrax, i Death Angel fanno del dinamismo sul palco la loro arma vincente e ancora una volta chi non li conosceva non ha potuto che rimanere impressionato da questa straordinaria e umile band! Grande successo, del dopo show ha avuto il nuovo bassista Damien Sisson soprattutto tra le ragazze (sembra il classico “figo” californiano) ma ho visto lo stesso Osegueda con un codazzo di ragazze entrare tranquillamente nel locale per prendere alcune consumazioni!
Anche noi ci siamo spostati con fortuna alla transenne, visto che i successivi concerti non erano, diciamo così, di nostro gradimento ma ne è valsa la pena. Mentre suonavano Dark Tranquillity e Ensiferum ho incrociato tutti e quattro membri dei Kreator e proprio Mark Osegueda dei Death Angel, è stato un onore stringere la mano a tutti e cinque e fare un foto insieme! Per altro Mille Petrozza con una felpa con cappuccio quasi non lo riconoscevo, così come anche Sami, il chitarrista islandese che passeggiava mani in tasca come se fosse li per sbaglio! Essendo il terzo giorno di concerti, oramai si conoscono anche tutte le facce di quelli che hanno fatto l’abbonamento a forza di vederle e si scoprono personaggi di tutti i tipi, dal metallaro 46enne che ha visto i Metallica nel 1983, da una coppia di ragazzi che vengono da l’Aquila(!!!) e lettori di Stereo Invaders, dall’immancabile maideniano che da Venezia è venuto per i Megadeth ma che ha visto Steve Harris e soci 30 volte e, mi racconta, ha avuto la fortuna di cenare con Nicko McBrain durante un delle sue clinics in Italia! C'è pure un gruppo di peruviani che viene in treno da Torino il cui “capo banda” è giù ubriaco alle 3 del pomeriggio e che non fa altro che abbracciare tutti quelli che gli stanno vicino!!!! Insomma, personaggi metal ma anche molto “veri”, non certo la bella gioventù dalla testa bacata che vediamo nelle nostre città, magari nella cosiddetta movida del fine settimana. Tornando ai concerti, con tutto il rispetto i Kyuss Lives sono stati collocati in una serata metal con gruppi non proprio omogenei (ecco un altro errore degli organizzatori della MetalFest). La band non mi ha minimamente emozionato, sarà l’appagamento per le foto fatte con i Kreator, sarà che il cantante dei Kyuss non ha spiaccicato né un parola né un ringraziamento al pubblico, sarà che hanno suonato anche troppo (oltre 80 minuti), ma veramente non se ne poteva più. Il cantante con tanto di giacca e cravatta sembrava un del Dopolavoro delle Poste e, anche se chiedo scusa ai fan, questo è quello che sembrava a me.
Kreator! Finalmente il tanto atteso momento per la band di Essen è arrivato, attorniati da un ottima coreografia che ricorda l’artwork del freschissimo nuovo album, i Kreator entrano in scena poco prima delle 22, con “The Patriarch” che, come già i fan sanno, introduce a “Violent Revolution”, davvero migliore inizio non poteva esserci. Dai microfoni laterali, raggiungibili con scalette, si posizionano a sinistra il bassista Christian Giesler e a destra Sami Yli-Sirnio, il biondo chitarrista che tanta melodia ha portato alla band tedesca. In mezzo ovviamente l’imponente batteria di Jurgen “Ventor” Reil e davanti al palco Mille Petrozza con la sua chitarra. “Hordes Of Chaos” crea un enorme circle pit che ci constringe a stare nella circonferenza più lontana, anche in questa rovente serata milanese pochi ma buoni, davvero un casino madornale, come del resto ho sempre visto negli altri concerti dei Kreator. “Phobia” con il suo riff efficace e veloce travolge ancora gli ultimi sopravvissuti, prima della title track, ottimamente eseguita, dell’ultimo album “Phantom Antichrist”. Se non hanno barato, sono in molti a rispondere alla domanda di Mille su chi abbia già sentito l’ultimo album, e per altro sottolinea come “è bello tornare nella terra dei propri avi!”. Prima della stupenda accoppiata “Extreme Aggression”/"People Of A Lie”, come sempre Mille grida la sua richiesta di aggressione totale da parte dei presenti, caricando come dei giannizzeri l’inferocita folla!!!! Impressionante l’headbanging sfrenato di Giesler, i cui capelli praticamente toccano lo stage mentre come sempre Sami sembra sempre compassato anche nei momenti più torridi del concerto. Il melodico mid-tempo “From Flood Into Fire” permette a molti di respirare finalmente, sebbene il pezzo non sia certo una romantica ballad, ma il secondo estratto del nuovo album che, come scritto in fase di recensione, contiene sorprendenti aperture melodiche. “Terrible Certainty” e “Enemy Of God” tornano a scaldare l’atmosfera già infernale dell’Alcatraz, ancora una volta alternate ad un altro mid-tempo, l’anomala “Voices Of The Dead”. I Kreator non sembrano veramente perdere di un millesimo la potenza e la ferocia degli esordi e, se c’era bisogno di una dimostrazione tangibile, prima la violenza senza pietà di “Endless Pain” dal primo quasi inascoltabile album (“Are you ready to feel the endless pain?”), poi l’invito al massacro collettivo di “Pleasure To Kill” (“Milano, are you ready to kill?”), secondo seminale e violentissimo album dei tedeschi. Ma i Kreator hanno inciso diversi capolavori, tra cui "Coma Of Souls", dal quale viene estratta “Terrorzone”, brano per altro molto vario, scandito da riffing di chitarra quanto mai malefici che accompagnano Mille nella sua danza macabra, prima che un violentissimo finale lasci spazio alle chitarre melodiche che riprendono l’intro. Non c’è tempo per respirare, che già Mille lancia gli ultimi petardi o, per meglio dire, le ultime bombe a mano a disposizione: “Betrayer” è la prima deflagrazione e poi si presente sul palco sventolando la bandiera proprio di “Flag Of Hate”, prima della super veloce conclusione di “Tormentor”. Vincitori sicuramente morali della serata con i Death Angel, speriamo che davvero a novembre/dicembre i Kreator tornino in Italia, magari presentando anche altri brani dell’ultimo album.

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