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Live Live Report Gods Of Metal 2011
 

Gods Of Metal 2011 Gods Of Metal 2011

Gods Of Metal 2011

live

Giugno 22, 2011
Rho, Milano (Area ex Fiera)
Scritto da
MetalMilitia71

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Gods Of Metal 2011
Gods Of Metal 2011
Gods Of Metal 2011
Gods Of Metal 2011

Il Gods of Metal 2011 sicuramente si è rivelato fin dal principio più interessante dell’infausta edizione del 2010. Pur conoscendo molto band del panorama metal e non solo quelle storiche, facevo veramente fatica a trovare nei tre giorni in provincia di Torino dei gruppi di reale interesse. Quest’anno, pur essendo collocato di mercoledì (ma non gettiamo sempre la croce addosso agli organizzatori, in tutti i paesi del mondo si vorrebbe organizzare un festival nel week end) la sola presenza dei Judas Priest per quello che è stato annunciato furbescamente come l’ultimo tour valeva veramente sia il prezzo sia fare anche qualche sacrificio. A dire il vero, chi vi scrive sarebbe andato comunque, vista la fedeltà assoluta nei confronti della band di Birmingham, seconda forse solo agli Iron Maiden e ai Saxon nei miei gusti. In ogni caso il Gods 2011 italico aveva anche ottime e storiche band nel bill, come Whitesnake, Europe e Mr. Big, ma vediamo di procedere con ordine, fin dal nostro arrivo a Rho verso mezzogiorno.


Il tempo è incerto, quindi rare folate di calure vengono ammortizzate da una pioggia leggera, quasi insignificante e comunque non tale da rovinare le esibizioni sul palco. Sono la band di Duff McKagan, ex bassista de Guns & Roses e dei Velvet Revolver a salire per prima (dal nostro arrivo). I Loaded sono artefici di un hard rock stradaiolo appena interessante ma, visto l’orario e vista la voce ruvida ma poco efficace di Duff la reazione non è di quelle mostruose. Più volte il cantante/chitarrista (il basso è lasciato ad un altro membro) cerca di stimolare il pubblico milanese con scarsi risultati, nemmeno un cover dei Guns “So Fine” risolleva le sorti di un accoglienza tiepida.


Siamo venuti al Gods 2011 anche per vedere gli Epica, interessante combo olandese che ha oramai sulle spalle diversi album e che, piacevolmente, è oramai un’abitudine vedere in Italia. Scontatissimo ricordare la voce ma soprattutto la bellezza straordinaria di Simone Simmons, a mio parere una delle donne più belle che abbia mai visto, ma questa band merita molta attenzione per la sua musica, ricca di orchestrazioni barocche ed epiche ma artefice comunque di un riffing di chitarre micidiali thrashy che, uniti ai growls di Mark Jensen possono accontentare anche i palati più ruvidi. Purtroppo la perfomance degli Epica è stata funestata (è proprio il caso di dirlo) da un imbarazzante mixaggio dei suoni che ha regolato malissimo i bassi. La doppia cassa e il basso avevano suoni talmente maciullanti per le orecchie da rendere inascoltabili le melodie di chitarra. Oltre a ciò, Simone ha avuto problemi nel regolare la propria voce e in più si è anche guastato un microfono per il disappunto misurato della rossa singer olandese. La scaletta della band è quella classica dei festival, con song del primo album come “Sensorium” e “Cry To The Moon”, poi ricordiamo anche “Unleashed”, “Marthyr Of A New World” e il finale lasciato alla lunga “Consign To Obvilion”.


Ci prendiamo una delle tante pause, mentre sul palco si prepara l’esibizione dei Cradle Of Filfh, una delle band metal più sopravvalutate della storia con un cantate capace solo di urlacci senza senso e di look che rasentano il ridicolo (una loro pessima versione di “Hallowed Be Thy Name” fu sarcasticamente censurata da Bruce Dickinson in una celebre esibizione italiana a Imola nel 2003). Spezzo una lancia, anche se non la meriterebbero, per gli inglesi, visto che anche loro devono subire un orribile mixaggio degli strumenti, tanto che come gli Epica non si sentono le (poche) melodie di chitarra. Il singer parla di “grandi ricordi dell’Italia” ma, mi sembra non accenda troppi entusiasmi nemmeno nelle prime file, salvo qualche generoso metallaro che apprezzerebbe probabilmente anche l’entrata in scena di Frate Metallo!


Mr. Big e Europe hanno rialzato di molto la qualità del Gods soprattutto per quanto riguarda i suoni, che ora giungono pulitissimi e chiari, soprattutto nelle chitarre. I primi hanno sciorinato una prestazione tecnicamente ineccepibile, e non potrebbe essere altrimenti con virtuosi dello strumento come Paul Gilbert (ovviamente chitarra) e Billy Sheenan (ovviamente basso) autori anche di lunghe jam session applaudite lungamente dal pubblico. Astutamente, visto il contesto, i Mr. Big hanno proposto pezzi hard rock abbastanza tosti, tralasciando mielose ballad o pezzi più d’atmosfera. Dal mio punto di vista ribadisco quello che ho sempre detto anche dei Dream Theater: grandissimi musicisti, splendidi virtuosi dello strumento ma poco coinvolgenti come spettacolo in generale, in ogni caso i Mr. Big forse sono meglio grazie all’esperienza e alla sagacia del cantante Eric Martin. In ogni caso i Mr. Big se ne vanno seguiti da un caloroso applauso di affetto da parte del pubblico presente. Tra i presenti al Gods notiamo anche il cantante italiano Marcello Luppi (in piacevole compagnia) che ha portato in tour per altro una band che ironizza appunto sul nome, chiamandosi Mr. Pig. Tra gli altri abbiamo notato Alteria (si chiama così?) che presenta su Rock Tv e anche il figlio di Ciccio Ingrassia che, ci dicono fonti sicure, è appassionato di metal. Gli Europe hanno saputo rifarsi una carriera dopo la reunion, pubblicano album discreti e tutto sommato lontani dal pop rock degli esordi. Così Joey Tempest, che si è preparato bene anche con un mini discorso in italiano, viene accolto bene come il resto della band, che non poteva certo comunque rifiutarsi di eseguire “Carrie”, “Rock The Night” e “The Final Countdown”. Il sorriso e tutto sommato il gradevole aspetto di Joey sono rimasti integri, tanto da suscitare sussulti e sospiri tra centinaia di ragazzine che si sono spinte nelle prime file, la voce non mi è parsa male e tutto sommato il loro show non è stato così deprimente come si poteva aspettare. In ogni caso gli Europe si trovano in una sorta di limbo, un passato da superstar e un presente da band amarcord con un seguito minore…


Il tempo di scambiare quattro chiacchiere con alcuni amici di Cento, Marcello e il mio omonimo Diego, grandissimi priestiani (e maideniani) ed ecco che sir David Coverdale, con tanto di camicia bianca scollata entra in scena con la sua oramai trentennale creatura, gli Whitesnake. “Best Years” tratta dal penultimo album in studio apre i battenti e anche in questo caso notiamo un suono ottimo con forse, dispiace dirlo, qualche sbavatura nelle note alte di David. Subito l’esibizione della band si scalda su “Give Me All Your Love” che si adatta sempre benissimo alle situazioni live e su un antico cavallo di battaglia “Love Ain’t No Stranger”. Ben rappresentato l’ultimo album, edito dall’etichetta italiana Frontiers (come ha ricordato anche l’ex cantante dei Deep Purple) da cui vengono tratte “Steal Your Heart Away”, “Love Will Set You Free”, “My Evil Ways” e la stessa “Forevermore”. Poi non mancano i classici, come “Is This Love”, posta quasi subito all’inizio, “Fool For Your Loving”, preceduta da una breve accenno a “Slide It In” e ovviamente “Here I Go Again” e “Still In The Night” che ha chiuso il concerto degli Whitesnake. Personalmente mi è dispiaciuta la mancanza di “Bad Boys” e “Crying In The Rain” due pezzi quasi “metal” dall’album "1987". Lunghissimo lo spazio lasciato alla sfida dei due axeman, Reb Beach e Doug Aldrich, così come ha avuto molto spazio per un suo assolo personale anche il batterista Brian Tichy. Senza nulla togliere a Reb Beach lo stile di Doug Aldrich con la sua Les Paul mi piace moltissimo, è bluesy è veloce ma soprattutto è maledettamente in gamba, mi ricordo un suo solo strepitoso di 10 minuti quando accompagnava la band di Dio a Milano nel 2002. Per altro, come notato anche da altri ragazzi, mentre la sua band si trastullava con gli strumenti il vecchio reprobo David nel backstage si intratteneva e bighellonava con una bella mora! In ogni caso il 60enne cantante inglese fisicamente sta benissimo sul palco e ha sempre quell’atteggiamento da “bad motherfucker” cui non disdegna gesti chiaramente con riferimenti sessuali in cui è protagonista l’asta del microfono che, come tutti i grandi del passato, sa usare con maestria. Inoltre non mancano i classici cliché sulla presunta virilità degli italiani cui spesso David fa riferimento.


Chiuso il sipario sul Serpente Bianco non senza anche un coinvolgimento emotivo da parte di chi vi scrive, è tempo per il Sacerdote di Giuda!!!!! Come sappiamo la band ha creato un po’ di confusione sul fantomatico “ultimo tour” e un comunicato ufficiale sul sito in sostanza ci dice che non abbiamo capito tutti un tubo, lasciandoci un po’ con l’amaro in bocca; inoltre a complicare le cose ci si è messo il biondino 60 enne K.K. Downing, l’eterna spalla chitarristica di Glenn che, incredibilmente e inspiegabilmente ha lasciato i Priest dopo 40 anni di onesto servizio!!! Su pressioni del management la notizia è stata divulgata solo alle porte del tour e, lo stesso K.K. pur rassicurandoci sulla sua ottima salute ha usato termini un po’ fumosi parlando di rapporti non più ottimali con la band e lo stesso management. Alcuni hanno detto che Downing oramai non è più stimolato nel suonare giacché il suo resort di golf gli da ancora più guadagni ma, a me piace invece pensare che non abbia gradito il modo scialbo in cui è stato supportato "Nostradamus", l’ultimo grande album studio dei Judas Priest che forse avrebbe meritato uno show tutto suo. La scenografia non ha una connotazione precisa, riferita ad un album in particolare ma spazia un po’ sui simboli classici della carriera dei Priest. Sullo sfondo verranno proiettate le immagini e le copertine dei loro dischi, ai lati due grossi contenitori circolari da cui uscirà un intenso fumo di scena e anche le classiche croci Priestiane, mentre enormi catene appese danno proprio l’aspetto di un santuario metallico.
Siamo relativamente vicini al palco, un po’ spostati verso destra, dove ovviamente si posizionerà Glenn Tipton. Alle 21.40 lo show dei Judas Priest prende il via mentre i roadie si preparano a togliere l’enorme sipario nero con la scritta “Epitah” mentre il pubblico scandisce il moniker della band “JUDAS PRIEST ! JUDAS PRIEST!”. L’intro epica di “Battle Hymn” fa credere ad alcuni fan vicino a noi (che evidentemente sono riusciti alla tentazione di non guardare la scaletta su You Tube) che il primo brano eseguito sia “One Shot At Glory” da "Painkiller" ma, come sappiamo non sarà così. “Rapid Fire” che per la prima volta sento dal vivo in Italia apre le danze con Rob in giubbotto nero prostrato in una sua tipica posizione sul microfono. Glenn davanti a noi ammicca e sorride mentre Ian Hill al basso se sta come sempre defilato dietro. Come sottolineato da molti osservatori, Richtie Faulkner, colui che ha l’ingrato compito di sostituire K.K. Downing, posizionato ovviamente a sinistra rispetto al pubblico, con la sua chioma folta bionda sembra una sorta di fratello minore dell’ex axeman. Inoltre non a caso, tanto per farlo sembrare un clone utilizza in gran parte del concerto la Gibson Flying V tanto cara a K.K. Si è integrato benissimo con la band e ovviamente con Glenn, del resto sembra che fosse da sei mesi in prova con i Priest. Devo dire che i Judas Priest sono stati anche molto generosi con l’ex chitarrista della band di Lauren Harris, perché oltre a sostituire tutte le parti ritmiche e soliste di K.K. ha avuto anche ulteriore spazio aggiungendo dei solos che non esistono in origine in “Hell Bent For Leather” e “You’ve Got Another Thing Coming”.
Tornando al concerto non poteva mancare in apertura anche l’anthem per eccellenza quella “Metal God” che è diventata anche il nickname del frontman Robert Halford. Di seguito all’invito di Halford “are you ready?” ecco il riff tipico di “Heading Out To The Highway” che cede a sua volta il passo alla monolitica “Judas Rising” e successivamente a “Starbreaker” incredibile ripescaggio storico da "Sin After Sin". Altro ripescaggio clamoroso avverrà più avanti con “Never Satisfied” addirittura dal primo album studio "Rocka Rolla". In “Victim Of Changes”, forse uno dei brani più rappresentativi dei Priest, con cambi di tempo e chitarre mozzafiato e l’ugola senza controllo di Rob, compaiono dal fondo raggi laser multicolori, creando un effetto splendido dal vivo meno se rivisto su schermo. Ovviamente Rob non può raggiungere le note alte come faceva trent’anni fa ma devo dire che a detta di molti, in questa serata milanese, il cantante è parso in forma strepitosa. Lo ha dimostrato sia nella parte lenta sia negli urli stratosferici finali di “Victim..”, saranno anche effettati i microfoni ma le grida agghiaccianti che sono uscite dagli amplificatori hanno sorpreso qualche vecchia novantenne dell’hinterland milanese!!! Come se non bastasse anche nella triste ballad “Beyond The Realms Of Death” il Metal God raggiunge vette impensabili a livello vocale, mentre uno strepitoso e lunghissimo solo di Glenn strappa applausi quasi commossi nelle prime file. Lo show è contraddistinto anche da un massiccio uso di fuochi, sia sopra che sotto il palco e di gettate di fumo davanti, come possiamo notare nella devastanti versioni di “Night Crawler” e “Painkiller”. Quest’ultima appena viene accennata da Scott Travis suscita un entusiasmo incontenibile nel pur stanco pubblico del Gods (tante ore anche se non sempre sotto il sole ma la stanchezza si sente comunque) e ancora una volta Rob sorprende per come resiste a cantare in falsetto e per alcune urla agghiaccianti nel finale. Glenn si diletta nei soliti saltini davanti al palco quando si giunge al roccioso ritornello, prima di scatenarsi un altro memorabile assolo, pieno di riverberi e distorsioni. In precedenza ricordiamo anche un bellissima versione del classico di Joan Baez “Diamond & Rust”: negli ultimi anni i Priest ne fanno spesso un versione molto dolce e acustica, in questo Epitah tour 2011 scelgono una via di mezzo, metà acustica e meta heavy metal. Se in “The Prophecy” Rob torna ad indossare un argentata veste da santone, con tanto di cappuccio e bastone con “metallium”, in “Tubo Lover” tornano gli effetti laser, per un brano che il pubblico ha sempre apprezzato dal vivo malgrado provenga da uno degli album meno ispirati della band. Come in “Victim Of Changes”, Ritchie e Glenn si avvicinano per accordare il memorabile inizio di “The Sentinel”, uno dei riff più belli del heavy metal in assoluto: la parte centrale mi sembra più lenta, in modo che l’ugola di Halford possa narrare scenari futuristici di sfide, sangue e vittorie epiche, mentre risuona come un eco “Condemned To Hell” dagli amplificatori.
Purtroppo il pubblico non fa tempo ad acclamare la band che il tempo scorre inesorabilmente, ed ecco credo per la prima volta in assoluto l’esecuzione dal vivo di “Red Blood Skies”. Devo dire che come sempre è spettacolare il suono della batteria di Scott Travis, piatti e tome si sentono molto bene ed è sempre un piacere quando il magrissimo drummer lancia le bacchette in alto riprendendole al volo, gesto che fa molto spesso da acrobata e che non è certo facile come sembra (vedi Brian Tichy che non le prendeva mai una!!!!). Quando Rob lancia “Green Manalishi”, super classica dei concerti dal vivo il pubblico sembra apatico, ma credo che come sempre la stanchezza la faccia da padrone: “Breaking the fucking what?” come sempre Rob lancia a suo modo la super classica dei Priest “Breaking The Law” e come già visto a Copenhagen gira platealmente il microfono verso il pubblico che canta la canzone dall’inizio dalla fine, con Rob che mima le strofe. “Bravi, bravissimi” è il giudizio del Metal God e trovo come sempre stupidi e superficiali i commenti di chi, guardando un video suo You Tube subito pontifica “fa cantare il pubblico perché non ha voce, che tristezza”, la tristezza invece vera e di chi non capisce nulla di musica dal vivo, perché questo è stato uno dei momenti più esaltanti della serata e, come vedremo, Rob di energia alla voce ne ha ancora da vendere. Se di “Painkiller” abbiamo già parlato ecco “Electric Eye”, preceduta dai soliti “oh oh” del pubblico stile “Fear Of The Dark” durante l’intro “The Helion” con il classico drappo dell’occhio elettrico sullo sfondo. Rob emerge dall’alto con un ennesimo cambio d’abito prima di scendere e devo dire che anche sul piano della mobilità il cantante mi sembra più in forma rispetto ad altri appuntamenti. Ghiaccio secco e una cortina fumogena precede il rombo del motore della Harley. Sarà l’ultima volta che Rob cavalca il bolide in Italia? ai posteri l’ardua sentenza intanto intravediamo solo l’ombra di Glenn tra i fumi che dopo aver maltrattato con distorsioni la sua Hamer dal il via al classico riff di “Hell Bent For Leather”. Rob ovviamente con berretto, guanti e giubbotto di pelle invita il pubblico a cantare non prima di aver alzato le corna metalliche in alto. Finale tipicamente metal anni ’80 con una escalation di suoni, distorsioni, piatti e gran cassa e con tutti fuochi, laser e fumogeni in bella vista! La motocicletta rimane come sempre sul palco durante i bis che non possono cominciare senza le classiche lezioni di canto di Rob con suoi “Oh yeah!!”: per la gioia del pubblico presente il singer inglese si presenta con passi veloci sul palco con il tricolore in spalla, francamente non so se lo abbia fatto in tutti i paesi. “You’ve Got Another Thing Coming” irrompe, uno dei pezzi con cui solitamente i Priest concludono i concerti e il pezzo più famoso negli USA della band.
Il pubblico viene chiamato ancora a quattro-cinque metal scream prima del finale, ancora una volta fracassone di tutta la band. Sono passate già da parecchio le 23.30 ma la band di Birmingham non ha intenzione di lasciare il palco, ed ecco Travis scandire il ritmo sincopato di “Living After Midnght” con alle spalle uno dei simboli mitici dei Priest; la mitica lametta da barba di British Steel. Finale emozionante con la band che lascia il palco con i classici lanci di oggetti vari e Glenn con il gesto della mano sul cuore. Rob lascia apparentemente il palco con un laconico “Grazie, good night, we love you!” ma poi ritorna in scena sedendosi sulla Harley coperta dal tricolore e si gusta il coro da stadio del pubblico italiano. Certo la prima riflessione a freddo che mi è venuta sul piazzale asfaltato del parcheggio del’ex fiera di Milano è stata “Se questo è l’epitaffio dei Judas Priest in Italia, ebbene miglior addio non poteva esserci!”. Pur con le corde vocali inevitabilmente usurate dal tempo, Rob Halford ancora una volta in versione anziano con pizzetto da Grande Venerabile Professore del metal ha fornito una prestazione oserei dire commovente. Come dice l’amico Marcello lui ci prova sempre, poi delle serate la sua voce riecheggia ancora come un urlo di battaglia e qui a Milano è stato così, altre volte il risultato non è così esaltante ma lo spettacolo di per sé è stato memorabile con oltre due ore di grande musica. Si è parlato di 10.000 spettatori, una cornice decente ma non certo consona a quello che avrebbe meritato il concerto dei Judas Priest: peccato chi non c’era si mangerà le mani, perché al di là della mia recensione in molti hanno condiviso la serata di grazia della band: grazie Judas Priest, non vi dimenticheremo mai per quello che avete fatto in passato e per come ci avete brillantemente lasciato come ricordo!!!

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