Live Report

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Live Live Report We Rock Festival 2011 (Pt. 2)
 

We Rock Festival 2011 (Pt. 2) We Rock Festival 2011 (Pt. 2)

We Rock Festival 2011 (Pt. 2)

live

Luglio 23, 2011
Pisano, Zafferana Etnea (CT)
Scritto da
Elio F

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We Rock Festival 2011 (Pt. 2)
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Foto (in senso orario, in alto da sinistra): Radiance, Warcryer, Hot Rod, Tremors, Disasterhate, Steel Raiser


Come preannunciato in sede di live report della prima serata (che potete leggere qui), lo scorso 23 luglio ha avuto luogo la seconda parte del “We Rock Festival”, iniziativa nata l’anno scorso come tributo a Ronnie J. Dio, che quest’anno è diventata una vera e propria rassegna di band siciliane, le quali hanno avuto modo così di esibirsi e di avere un palco dal quale far conoscere la propria musica. La location è ovviamente sempre la stessa, quella cioè di un’azienda agricola tra le campagne dell’Etna in quel di Pisano (frazione di Zafferana Etnea), infiammando così una tranquilla serata agreste con una colata di devastante metallo.


HOT ROD
Il compito di rompere il ghiaccio è affidato stavolta agli Hot Rod, una vecchia conoscenza ormai per chi bazzica tra i pub catanesi, incentrata come sempre sul nucleo composto dalla coppia di funambolici chitarristi Christian Balsamo e Mirko Di Bella e dal bassista Marco Mauceri. Ad accompagnarli, c’erano stasera Giacomo Pitrè alla voce (già visto la prima serata con gli Eruption) e Pietro Leanza, che per l’occasione ha sostituito Cristina Settembrino. Il gruppo si è concentrato sull’esecuzione di pezzi propri, ispirati ad un hard & heavy ottantiano, orientato soprattutto verso la scena glam metal americana di quegli anni: un’impostazione peraltro accentuata anche da precise scelte riguardo al look, con tanto di trucco e parrucche colorate. La band ha quindi suonato come sempre con la passione e la carica che la contraddistingue, proponendo titoli come “Heavy Metal Gypsies”, “Jenny”, “HeadbanGirl” e lasciando spazio ai microfoni anche a Federico Indelicato degli Spreadin’ Fear per l’esecuzione del brano “Bullet Speed”.


TREMORS
Si cambia decisamente genere con i Tremors, band orientata principalmente al thrash metal, ma che sembra lasciar trasparire anche alcuni elementi metalcore. In ogni caso, si tratta di un significativo ritorno per questo gruppo dopo ben cinque anni di assenza. Il quartetto punta essenzialmente sulla potenza delle proprie esecuzioni, tra riffs massicci, stop ‘n’ go ed un cantato molto aggressivo. La band appare per la verità all’inizio forse un po’ rigida, ma superato il primo impatto ed andando avanti nella propria performance, dimostra di acquistare sempre maggiore sicurezza e riesce ad essere sempre più coinvolgente, tanto che potremmo dire che si è trovata a dover portare a termine la propria esibizione proprio quando ormai aveva definitivamente conquistato il pubblico. I festival tuttavia funzionano così ed è giusto lasciar spazio anche ad altri gruppi, ma sarà certamente interessante rivederli nel prossimo futuro in un contesto dove possano aver più tempo a disposizione.


ARACNE
Purtroppo salta l’esibizione degli Aracne a causa della defezione del batterista, senza che si sia potuto trovare in tempo un sostituto. A questo punto, considerando che hanno avuto lo stesso problema gli Ueickap la prima sera e anche gli Hot Rod questa sera (per fortuna trovando però entrambe le band dei sostituti in tempo per potersi esibire), che dire…God save the drummers!!!


THE UNHOLY
Dovrebbe trattarsi, se non andiamo errati, della primissima uscita per questa nuova cover band dei Savatage, nella quale ritroviamo, assieme a Federico Indelicato, Pietro Leanza e Mirko Di Bella, che abbiamo già visto precedentemente tutti insieme negli Hot Rod, anche Riccardo Liberti (basso) e Luca Campione (chitarra) dei Noble Savage. Di certo i Savatage sono ancora molto amati ma, nonostante ciò, non capita poi spesso di incontrare band che si dedicano a suonare i loro pezzi, probabilmente anche per la loro complessità e per la difficoltà di ricreare quella magica atmosfera che riuscivano ad infondere nelle loro canzoni. Bastano tuttavia pochi attimi per comprendere come i The Unholy abbiano lavorato duramente per risultare credibili sotto entrambi i profili, privilegiando peraltro la scelta di brani del periodo in cui c’erano ancora Jon Oliva alla voce e il fratello Criss alla chitarra e riuscendo ad entusiasmare i presenti, letteralmente in visibilio nell’ascoltare pezzi storici come “Warriors”, “Jesus saves”, “Of Rage and war”, “Hall Of The Mountain King” e, ovviamente, “The Unholy”. I brani si susseguono molto velocemente, cosicché l’esibizione dei The Unholy sembra finire troppo rapidamente, mentre la gente si stava davvero divertendo. Vale però ovviamente quanto detto sopra, per cui si va avanti con la scaletta.


DISASTERHATE
Gli ultimi raggi di sole sono ormai definitivamente tramontati quando cominciano la loro performance i Disasterhate, band per ¾ al femminile, composta da Reitia (voce e chitarra), Klaudia (voce e chitarra), Eris (basso) e Giando (batteria). Era da un bel po’ che non si aveva l’occasione di vederli dal vivo e il fatto di poter constatare quanto siano ulteriormente cresciuti e migliorati ha finito per lasciare stupiti anche chi li segue da tempo. Reitia e Klaudia si alternano dietro i microfoni per sfogare tutta la propria rabbia e la propria aggressività, sorrette da una ritmica potente e tecnica, tra riffs massicci in chiave death, sfuriate thrash, nonché passaggi melodici e malinconici alla Opeth. Un sound devastante ed una prova superlativa, che ha messo tutti d’accordo sulla buona qualità espressa questa sera dai Disasterhate. La band, peraltro, assieme ad alcuni classici del proprio repertorio quali “Jupiter Effect” e “Domina Mundis”, tratti dal loro primo EP, “Sacrifice To Eclipse”, ha colto l’occasione per presentare anche diversi pezzi nuovi, che dovrebbero comparire nel loro primo full-lenght, la cui uscita è prevista per la fine di quest’anno.


RADIANCE
È la volta dei Radiance, gruppo proveniente da Palermo e composto da Federica Viola (chitarra), Elio Lao (batteria), Fabio Accardo (basso) e Karin Baldanza (voce). Lo stile della band è un power con elementi prog, esaltati da una sezione ritmica molto tecnica, ad opera dei bravissimi Elio e Fabio, che trova massima espressione nell’apprezzatissima cover di “Tom Sawyer” dei Rush, ma che riesce ad esprimere il proprio valore chiaramente anche nell’esecuzione di pezzi propri, in parte tratti dal primo disco della band “...And The Night Comes Down” ed in parte presentati in anteprima tra quelli che compariranno nel prossimo full-lenght, attualmente in fase di ultimazione. Merita comunque una menzione sicuramente anche la cantante Karin, la cui voce, molto versatile ed in grado di spaziare tra un cantato operistico ed un approccio più tradizionale, è riuscita senz’altro a deliziare i presenti, così come la chitarrista Federica, la quale sfodera uno stile che sa ben coniugare potenza, tecnica e melodia.


STEEL RAISER
Finora la serata è stata interessante e abbiamo assistito all’esibizione di diversi gruppi di vario genere, tutti molto bravi. Quando arriva tuttavia il momento di ascoltare un po’ di sano e puro heavy metal classico, significa che è arrivato il turno degli Steel Raiser: Gianluca Rossi (chitarra), Giuseppe Seminara (chitarra), Alfonso Giordano (voce), Salvo Pizzimento (basso) e Antonio Portale (batteria), ci riportano così alle più pure sonorità metal, dando giustamente spazio ad un paio di pezzi tratti dal loro album “Race Of Steel”, come l’apprezzatissima “Ride The Fire” e “Princess Of Babylon”, più alcuni altri brani che saranno inseriti nel loro prossimo disco ed un paio di cover, una delle quali è “Finale Embrace” dei Primal Fear. Come spesso avviene nelle esibizioni degli Steel Raiser, anche stasera Alfonso si fa accompagnare da alcuni ospiti che duettano con lui: stavolta si tratta dell’onnipresente Federico Indelicato (con il quale viene eseguita la seconda cover, “Love Bites” dei Judas Priest) e di Peppe Privitera degli Spitfire, una giovane band di heavy classico catanese. Ad ogni modo, gli Steel Raiser ci hanno ormai abituati a performance entusiasmanti ed in effetti riescono anche stavolta a catalizzare tutto il calore e la partecipazione del pubblico.


WARCRYER
Giungiamo infine ai Warcryer, band power messinese, headliner della serata e alla quale è stato affidato il compito di chiudere il festival. Il gruppo è composto da Giovanni Girone (cantante dei Memories Lab), dai chitarristi Francesco Pirrone e Christian Bicchieri, dal bassista Adriano Accetta e dal batterista Francesco Giorgianni. La band suona molto bene, proponendo pezzi tratti dal proprio promo (tra questi “Wings Of Fate” e The Shield In The Ssky”), più qualche anteprima di canzoni che saranno incluse nel loro album, la cui uscita è prevista per l’autunno di quest’anno, oltre ad una cover di “Metal Meltdown” (sempre dei gettonatissimi Judas Priest). Giovanni, poi, in particolare, è davvero scatenato e riesce ad essere trascinante, coinvolgendo al massimo il pubblico, facendosi perciò persino perdonare le docce d’acqua fredda inflitte con la sua bottiglia alla maggior parte della gente vicina al palco. Davvero molto bravi e interessanti comunque questi Warcryer, perché con il tempo stanno riuscendo a crearsi uno stile alquanto personale in un genere ormai sfruttatissimo ed inflazionatissimo come il power.

La musica finisce qui (stranamente la birra nel frattempo era già finita prima: forse neanche gli organizzatori si aspettavano una tale affluenza, visto che c’erano almeno 450 spettatori paganti o forse stasera è incredibilmente aumentato il consumo medio pro-capite): nel complesso il bilancio delle due serate è stato senz’altro positivo, sotto tutti i profili. Non crediamo minimamente, tuttavia, ad essere sinceri, che un tale evento possa fare da apripista o essere foriero di qualche cambiamento: i gruppi continueranno a non avere posti dove suonare esattamente come prima e si continuerà a lasciare la musica nell’indifferenza generale, salvo dare spazio magari al fenomeno pop di turno. Resta però una lodevole iniziativa, creata da musicisti per passione e rivolta essenzialmente ad amanti della musica che riesce a dare, se non altro, un pizzico di consapevolezza di come, con una buona organizzazione, basti tutto sommato poco per far spostare un bel po’ di gente e dare un minimo di visibilità a gruppi underground. E questi sono motivi già più che sufficienti perché quest’esperienza meriti assolutamente di essere replicata.

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