Ok, oggi pare tutto facile, i Forbidden sono addirittura tornati un paio d'anni da con "Omega Wave", ma gli anni '90 furono davvero sibillini e insidiosi per la band di Hayward, per i suoi fans e per i metallers in genere, assediati da sonorità che niente avevano a che vedere con un "Forbidden Evil" o un "Twisted Into Form". Già i 4 anni che separavano "Distortion" dai precedenti platter erano una spia evidente della palude nella quale ci si doveva muovere, avendo perso riferimenti, bussola e baricentro. L'era del techno thrash o della Bay Area erano lontani, sepolti, annichiliti, la parola d'ordine per sopravvivere era riciclarsi, cavalcare la bestia, fare buon viso a cattivo gioco e vedere cosa c'era di buono da prendere nell'ondata di nuovismo che stava salmodiando allegramente il de profundis di tutta la old school in ambito heavy metal. Se si prende "Green", ultimo platter dei Forbidden pre-reunion, è quasi impossibile riconoscere quel meccanismo ad orologeria che aveva plasmato songs come "Chalice Of Blood", "Infinite", "Tossed Away", quei puzzle ritmici, quegli intricati labiriniti di thrash e tecnica, seducenti, seuggestivi, assassini. "Green" poggia su un sound prodotto in modo assai più acido, slabbrato, alienante, meno focalizzato e chirurgico; ma è soprattutto il songwriting a scioccare i fan del techno-thrashers doc, una specie di versione thrashy degli Alice In Chains, nei momenti più riflessivi e tossicologici - ovvero qualcosa di molto vicino al tipico trademark che consacrerà i Nevermore (nel cui "Dreaming Neon Black" suonerà proprio Calvert), i cui primi passi in carriera si compivano parallelamente al cambio di pelle dei Forbidden. Si deve aspettare "Face Down Heroes", la quinta traccia, per avere un brandello di antica rabbia che non si abbandoni unicamente a lagne ad effetto e riff stiracchiati e amarognoli. Niente a che vedere con il "vetero" thrash dei Forbidden di fine anni '80, ma almeno un sussulto di dignità, un attimo di lucidità e presenza a se stessi, dopo tanta dispersione di potenziale. Sul finire di quel nuovo decennio pareva che i fans dovessero rassegnarsi all'idea che i Forbidden avevano sposato il vessillo del "post" metal, e non più del metal conclamato, vivo e vegeto. "Caught In The Middle" ha una furia belluina, ma è tutta filtri, riff circolari proto "-core" qualcosa, una traccia devastante orizzontale, priva di profondità. "Kanaworms" è groovosa, ok, datevi pure all'headbanging, ma dove erano finite tutte quelle frazioni nelle quali gli americani frantumavano le loro trame sonore, tanto da far impazzire l'ascoltatore ed esaltarlo non appena, dopo ripetuti ascolti, si arrivava a comprenderle e dominarle? I Forbidden avevano smarrito l'anima, la personalità, ed erano diventati - grazie ad un bagaglio tecnico non indifferente - degli ottimi interpreti di ciò che si richiedeva ad una metal band per essere al passo coi tempi, la stessa differenza che passa tra un autore di libri, ed un traduttore in qualche altra lingua. ("Blank".... Cristo Santo!?)






