Immensi Cirith Ungol, vetta empirea dell'epic metal, per certi versi inarrivabile da altri comuni mortali che pure si sono cimentati con stelle ad otto punte, spadoni, guerrieri (albini e non) e troni d'ossa. Dopo gli eccellenti "Frost And Fire" (1980) e "King Of The Dead" (1984), i californiani tornano a farsi sentire con "One Foot In Hell", da molti considerato la consacrazione definitiva del combo di Ventura. A livello affettivo continuo a preferirgli il platter precedente, ma è indubbio che tra i primi (e unici) 4 platter della band, è sempre una bella scelta, compreso quel "Paradise Lost" avversato da molti (band e casa discografica comprese) che invece contiene momenti di assoluta magia. "One Foot In Hell" è un disco sostanzialmnente perfetto, che prosegue sulla falsariga di "King Of The Dead" ovvero la focalizzazione indiscussa sull'heavy metal, perdendo quei retaggi hard rock e Seventies che ancora caratterizzavano il debutto. Atmosfere sulfuree, venate di antichità miterica e remota, come le narrazioni di Moorcock, mitiche e lisergiche al contempo, alle quali la band si ispirava. L'eterno scontro tra Chaos e Luce, in un modno cinico, crudele, impietoso, e a suo modo darwiniano, costellato di eroi troppo simili ad antieroi. A condurre le danze il solito menestrello "esoterico" Tim Baker, un'ugola davvero unica al mondo per estremismo, tanto di forma quanto di sostanza. Molti i classici all'interno della scaletta (praticamente tutti), anche se mi piace sottolineare la bellezza epocale di pezzi come "Chaos Descends", "Nadsokor", "War Eternal", "Doomed Planet". Ulteriori pregi, familiari ai Cirith Ungol, la durata contenuta (la concisione è molto meglio dello sbrodolamento) e l'ammaliante copertina di Michael Whelan).






