I Testament sono una di quelle band delle quali ogni fan ha il suo album preferito, e si può pescare in una discografia vasta e ricca di qualità, (tranne il solo "Demonic" che, a parere di chi scrive, è stato davvero un passo falso, e tuttavia conta anch'esso i suoi insospettabili estimatori). Tendenzialmente i primi dischi sono trattati con particolare riguardo, sebbene anche la seconda metà di carriera dei californiani sia vista con assoluto rispetto, poiché, nei tempi moderni - non facilissimi per le band storiche del metal provenienti dagli anni '80 - i Testament hanno sempre saputo mantenere una certa dignità, pubblicando lavori più che discreti e sempre incazzati (condizione sine qua non per molti metal heads per continuare a sostenere la propria band). "Practice What You Preach" è il "mio" preferito, quello che ho sempre ritenuto il corrispettivo di "....And Justice For All" dei Metallica, ovvero l'album più tecnico della band, grazie anche ad uno Skolnick (come sempre) in stato di grazia, che inonda di assoli meravigliosi il già splendido rifferama, appannaggio pure del solidissimo Peterson. Il basso di Christian dà una spina dorsale al platter (lievemente funkeggiante per altro), si spezza ma non si piega. Clemente alla batteria tierne insieme tutta la baracca a colpi di percussioni bibliche. Del resto, sono il titolo del disco e il suggestivo artwork a dare questa prospettiva apocalittica, insieme ai testi che non perdonano nulla all'avidità, alla cupidigia e all'egoismo degli uomini ("Greenhouse Effect" è emblematica in tal senso). "Techno thrash at its best" - si diceva dunque; un album che sublima il Testament sound e consacra il quinteto di Oakland come una band dalla quale non si può prescindere se si osa sfidare i grandi del thrash mondiale. La track list di "P.W.Y.P." mette assieme una serie di tracce perlopiù fatte di mid-tempos ma tesi ed affilati come i rasoi di Freddy Krueger, sbaglia di grosso chi, non udendo sfuriate in tupa tupa (e "Blessed In Contempt allora"?), attribuisce al platter una scarsa intensità o rabbia. Qui i Testament non fanno della violenza sonora una carta d'identità valida sempre e comunque, che da sola basta a certificare la "thrashitudine" di una band, ma scrivono canzoni ragionate, ben modellate e plasmate, arricchite da un solismo divino ed ispirato, ed attente anche al contenuto, al messaggio (socialmente incazzato, come nel miglior thrash di stampo Bay Area). Il successivo "Souls Of Black", comunque un ottimo album, proseguirà sulla stessa strada, giocando però più di maniera e incupendo le atmosfere. Poi fu la volta della catarsi, "The Ritual" (il bellissimo black album dei Testament), e una nuova storia del gruppo ebbe inizio, una storia che però riconobbe nel ritorno sempre più massiccio ad un'aggressione tout court, l'unica ragione sociale di sopravvivenza della band.






