Mi appresto a scrivere queste righe con un certo timore reverenziale, consapevole che “Heaven And Hell” non è un album qualsiasi e neppure semplicemente un capolavoro: è molto di più, perché si tratta del disco che incarna forse più di ogni altro l’essenza stessa dell’heavy metal, il classico dei classici, nonché la fonte d’ispirazione per centinaia di artisti a seguire. Concepito e pubblicato in piena NWOBHM (pur rimanendo estraneo e ben distinto da tale movimento), “Heaven And Hell” nasce dall’unione tra i Black Sabbath, in quel periodo in forte crisi e che dopo la separazione con Ozzy Osbourne erano alla ricerca di un cantante, con Ronnie James Dio che invece era in forte ascesa, avendo realizzato una serie di capolavori con i Rainbow ma deciso a provare nuove esperienze, non condividendo le richieste di Blackmore, propenso ad indirizzarlo verso la stesura di canzoni d’amore. A Ronnie tuttavia ciò non interessava, perché lui preferiva sicuramente tornare a sonorità decisamente più dure, che si adattassero ai suoi testi intrisi di misticismo e tematiche fantasy. L’apporto di Dio fu quindi decisivo per rivitalizzare i Sabbath, tanto da portarli a realizzare un disco di rara bellezza. La voce potente e teatrale di Ronnie, il riffing secco e tagliente di Iommi, il drumming vigoroso e deciso di Ward e l’entusiasmante basso carico di groove di Butler (enfatizzato peraltro da una produzione eccellente ad opera di Martin Birch, già apprezzato per i suoi lavori con Deep Purple e Rainbow e che di lì a breve collaborerà anche con gli Iron Maiden) si coniugano alla perfezione, dando vita ad un sound imponente, solenne e di grande impatto. Passare in rassegna la tracklist è come guardare ad una serie di pietre miliari del metal: la prima metà del disco è semplicemente meravigliosa con la trascinante “Neon Knights”, l’epica e sognante “Children Of The Sea”, un brano dal fortissimo groove come “Lady Evil” e la title-track, con il suo celeberrimo riff, senz’altro tra i più famosi, celebrati ed amati nella storia del metal. Ma neanche la seconda parte scherza, dato che vi ritroviamo la splendida “Wishing Well”, “Die Young”, un brano veloce dove si avverte più forte la presenza delle tastiere di Geoff Nicholls, al quale seguono i ritmi più rock oriented di “Walk Away”, per chiudere in bellezza con la stupefacente “Lonely Is The Word”, una canzone affascinante ed emozionante, dotata di una raffinata vena malinconica. Un disco imprescindibile.






