Stereogeddon - Giudizio Finale (Vol. 53)
Non mollano, i Testament non mollano, anzi piantano radici definitivamente. Il loro "Dark Roots Of Earth" era atteso spasmodicamente come una passerella di Belen Rodriguez con farfallina annunciata, tutto sta a capire se poi i fans rimarranno altrettanto ben impressionati. Chuck Billy di sicuro ha un suo particolare physique du role....e non sono tanti gli album dei Testament dei quali si può parlar male. Vabbè....la parola ai redattori, che è meglio!
Dopo 4 anni dall'ultima release, "The Formation Of Damnation", i Testament tornano alla carica con "Dark Roots Of Earth", undicesimo full-lenght, edito per Nuclear Blast. Chuck Billy e soci vogliono in parte riscattare il mezzo flop del disco precedente... saranno riusciti nei loro intenti? Fin dai primi ascolti direi proprio di sì; la formazione nel complesso dice ancora la sua alla grande e Gene Hoglan, che si alterna con Chris Adler alle pelli, è un autentico valore aggiunto. "Rise Up" apre la corsa inarrestabile del platter, thrash massiccio, incalzante dove spicca il solo verso la fine del pezzo. La chitarra di Skolnick innesca "Native Blood", brano in pieno stile Testament, dai riff granitici. Proseguendo troviamo la title-track, dall'atmosfera minacciosa, un roccioso mid-tempo spezzato dall'assolo incredibile di Skolnick a metà e in cui il gigante Billy mette in risalto la sua timbrica potente. I ritmi si inaspriscono nella successiva e sferzante "True American Hate"; continuando, Greg Chrstian e il suo basso partono con "A Day In The Death", mid-tempo dal piglio oscuro. Continuando troviamo il lento "Cold Embrace", a smorzare temporaneamente i toni che fino alla conclusiva "Last Stand for Indipendence" sono decisamente imponenti. Un ritorno in grande stile per il quintetto originario di Oakland, che non deluderà i fan della band e gli appassionati della prima ora del thrash. Baluardi.
(Acid Survivor)
Voto: 8
Inutile girarci intorno, il nuovo album dei Testament era certamente una delle uscite metal più attese del 2012. Non solo per l’importanza storica della band ma anche per le buone prove offerte da Chuck Billy e compagni dal vivo e, per altro, cominciava a diventare un po’ troppo lunga la distanza dall’ultimo, discreto, album in studio. “Rise Up” è un ottimo viatico per nuovo “Dark Roots Of Earth”, suoni freschi e brano con la baionetta inserita del trafiggere i nostri cuori metallici, ma già dall’ascolto della successiva “Native Blood” siamo al cospetto una vera bomba esplosiva, l’ottimo cantato nelle strofe di Chuck sfocia in sorprendenti blastbeat di Gene Hoglan nel ritornello, su cui però lavorano in maniera melodica le chitarre di Peterson e Skolnick. Un canzone che, vivendo su questo curioso contrasto melodia-potenza, piace anche nell’incedere in crescendo del finale. Ottima pure la title-track, soprattutto per come si è lavorato sulle armoniche del ritornello che arriva poderoso, prepotente e cadenzato ancora dall’ottimo lavoro di Chuck Billy. Splendidi i solo di Petersen e Skolnick, divisi anche da un cambio di tempo veramente old school che lascerà parecchie vittime sul palco. Non male “True American Hate”, altro pezzo che inizia con coordinate thrash sulfuree in cui si incattivisce anche la voce di Billy. Anche il testo sembra cattivo e la band sottolinea con i cori la parola “hate” nel ritornello.
Bisogna riconoscere ancora il lavoro mirabile di Andy Sneap che ha prodotto, mixato e masterizzato “Dark Roots Of Earth”; ancora una volta dal genio della lampada inglese è uscito un capolavoro dal punto di vista della qualità e della potenza del suono di ogni singolo strumento, e lo si capisce anche in un brano scorbutico e non del tutto lineare come “A Day In The Death”. Finora tutto bene quindi e manca solo la ciliegina sulla torta, la ballad travolgente sullo stile di una “Fade To Black”, tanto per citare un brano amatissimo anche dai thrasher. Ebbene “Cold Embrace”, con i suoi cambi di tempo, con la voce quasi controllata e soffice di Chuck e con un buon contributo come sempre di tecnica mostruosa da parte delle due chitarre è veramente emozione metal allo stato puro. In certe atmosfere acustiche “Cold Embrace” può forse ricordare un brano molto amato come “The Unforgiven” sempre dei Metallica ma, dal mio punto di vista, qui siamo su un livello superiore. “Il sole non brilla dentro di te, attraverso questo freddo abbraccio”.
Con “Man Kills Mankind” i Testament si muovono su un campo a loro perfettamente congeniale e piace il refrain dall’impatto semplice e facilmente memorizzabile. Inutile ancora una volta sottolineare la parte strumentale centrale sui brillano anche le percussioni di Gene Hoglan e gli arpeggi dei due axeman. Per il raffinato passaggio tecnico iniziale, i Testament assomigliano un po’ agli Exodus (sarà forse anche il suono tipico del producer Sneap) in “Throne Of Thorns”, ma ancora un volta il pezzo risulta vincente e ricco anche di pregevoli cambi di ritmo (compreso uno strano coro nella parte centrale). “Last Stand For Indipendence” inizia con il riff più violento e veloce dell’album, un pezzo che può potenzialmente fare sfracelli dal vivo, sui Gene Hoglan e il bassista Greg Christian davvero martellano come folli.
Con questa degna mazzata nelle gengive i Testament completano il loro capolavoro, le restanti tracce sono tre cover piuttosto prestigiose che verranno inserite in edizioni alternativa al CD (se non erro nella versione doppio vinile della Nuclear Blast), più una versione alternativa di “Throne Of Thorns”. Si tratta di cover di Queen, Scorpions e Iron Maiden. “Dragon attack” è una canzone dei Queen che non avevo mai sentito nell’originale, certo che nella versione dei Testament sembra mostruosamente aggressiva, così come l’inizio quasi doom di “Animal Magnetism”, dove sembrano quasi irriconoscibili nel riffing feroce di chitarre gli Scorpions. Certo “Powerslave” pur potenziata nella violenza sonora, sarebbe una gradevole cover, un grande omaggio agli immortali Iron Maiden se non fosse per Chuck Billy, la sua ugola non si adatta minimente alle strofe scritte e cantate da Bruce Dickinson, tanto che rinuncia clamorosamente a cantare nell’escalation finale delle canzone.
(MetalMilitia71)
Voto: 9
"Dark Roots Of Earth": undicesimo studio album dei Testament. Senza dilungarmi troppo sulla storia della band, per altro arcinota a qualsiasi metaller, mi preme fare due brevi premesse; la prima è che i ragazzi di Oakland hanno sempre mantenuto una certa qualità nelle loro release, hanno tenuto botta insomma, nonostante i decenni trascorsi nel music biz e le mille mode, contaminazioni e cambiamenti che si sono succeduti. Molte altre band sono deflagrate, hanno pubblicato album ridicoli nel tentativo di aggrapparsi al trend, sono finite nel dimenticatoio o si sono semplicemente sciolte. I Testament ci sono, e ci sono sempre stati.
Seconda considerazione: in modo molto grossolano, la loro carriera può essere divisa in due tronconi, una prima fase classica (fino a "Souls Of Black"), e poi una seconda vita artistica, meno granitica bensì più dinamica, per il sound adottato ("The Ritual", "Low", "Demonic" e "The Gathering" sono dischi diversissimi tra loro), e che sembra essersi stabilizzata oramai da un paio d'album, il penultimo "The Formation Of Damnation" e questo "Dark Roots Of Earth". Fa piacere constatare come i Testament abbiano pienamente ritrovato loro stessi, "D.R.O.E." è un disco che li rappresenta compiutamente; un album che certamente conosce momenti di aggressione adrenalinica ma che, al contempo, non ha paura di rallentare quando necessario, o di ricorrere ad un abbondante uso della melodia. I Testament non perdono tempo a gareggiare con la gioventù borchiata, non sono terrorizzati dall'apparire meno massicci e incazzati dell'ultima new sensation propagandata dai Media, non devono dimostrare niente; a loro preme realizzare un bel disco, degno del proprio blasonato monicker, e rispettoso dei fans. E "D.R.O.E" è assolutamente un bersaglio centrato, con diverse buone songs in scaletta, almeno un super classico devastante che entrerà in pianta stabile nei live sets ("True American Hate") e zero filler. Christian e il duo di sessionist Hoglan/Adler ricorrono ad ogni variazione ritmica possibile per rendere l'album il più vario, movimentato e vivace possibile (anche se, a mio parere, i blast-beats nel chorus di "Native Blood" sono velleitari e plateali, assolutamente non necessari, tant'è che quando sul finale il chorus si scioglie, liberandosi dal grappolo di battute cassa/rullante, è ancora più bello).
A voler trovare il pelo nell'uovo, devo dire che stavolta gli assoli di Skolnick mi hanno un po' deluso, meno ispirati del solito, ben fatti ma di maniera, e privi di guizzi epocali come invece accadeva in passato. E pure le tre cover bonus poste in chiusura (per chi si accaparrerà le edizioni speciali del disco), lasciano magari sorpresi ad un primo ascolto più per la curiosità di sentire i Testament alle prese con band come Queen, Scorpions e Iron Maiden, piuttosto che per il reale valore delle rendering in sé (dai, diciamocelo, "Powerslave" così sarà pure ultrapotente, ma è bruttarella).
(Psychotron)
Voto: 7,5





