Per molti anni e molte release sono rimasto strabiliato da Arjen Lucassen, uno che ha rivoluzionato sul serio il mondo del metal anche e soprattutto perché non sentiva di appartenervi; intendo, Lucassen ha coraggiosamente contaminato il metal sound con elementi derivanti dalle fonti più disparate, fregandosene di essere etichettato financo pop. C'è il prog, ovviamente - e segnatamente quello settantiano, gigantesco e keyboard oriented dei vari Wakeman, Emerson, eccetera - ci sono il funky, il jazz, l'elttronica, il folk, il rock (già, semplicemente "rock"), la musica classica e sinfonica. E poi tutte le tematiche liriche, fantasy e fantascienza prevalentemente, mischiate ad un piglio sempre fiabesco, new age, positivo, fanciullesco.
Sotto il monker Ayreon sono arrivati sei full-lenght, di cui due doppi ("Into The Eletric Castle" e "Universal Migrator"), due compilation, tantissimi singoli ed EP; poi gli Ambeon, gli Star One, gli Stream Of Passion, i Guilt Machine, band "parallele" (o divertissement?) di Lucassen, e i completisti contano anche le prime esperienze ottantiane dell'olandese (Vengeance e Bodine). Lucassen ha istituito e canonizzato il ricorso a millemila super ospiti nei propri platter, ad ognuno dei quali affida sempre ruoli narrativi ben precisi.
Ok, tutto vero, tutto giusto, compresa una produzione sempre fantasmagorica dei CD. Dopo quasi un trentennio sulle scene, cosa rimane dunque dell'esperienza Lucassen? Beh, accade un po' quello che succede ai film di Tim Burton; all'inizio sembrano geniali, innovativi, speciali, diversi, e probabilmente lo sono, o meglio, lo erano. Poi per decenni Burton gira lo stesso film, cambiando appena il titolo (non gli attori e nemmeno le ambientazioni, forse neppure i set), in molti continuano ad osannarlo, riconoscendo la sua cifra caratteristica, altri però iniziano a storcere la bocca, ritenendolo uno che, trovata una formula fortunata, ha iniziato a ripeterla, parecchio, troppo. "Lost In The New Real" va inquadrato alla luce di tutto ciò; la consueta pioggia di note, canzoni e musicisti, prodotta da Lucassen colpisce per l'enorme gusto compositivo, per la cura e la grazia degli arrangiamenti, per l'eleganza, la delicatezza e la varietà dei suoni, e per la magnificienza degli interpreti. Tuttavia Lucassen sta continuando a ripetere la medesima formula consolidatasi a partire da "Into The Electric Castle", e la sua magia perlopiù funziona, perché ci abbindola sempre, anche se a livello razionale bisognerebbe rendersi conto che Lucassen è peggio di un cobra ipnotizzatore.
Stavolta il secondo CD è infaricto di cover, e come voce narrante della nuova epopea cosmica del musicista olandese è stato scomodato nientemeno che "The Hitcher": Rutger Hauer. Una canzone come "Pink Beatles In A Purple Zeppelin" non lascia molti dubbi su dove Lucassen voglia andare a parare con il suo songwriting attuale (buffo e citazionista anche il testo di "Where Pigs Fly"), si tratta solo di mischiare un po' le carte, dare qualche spennellata di nuovo qua e là, e contemporaneamente mantenere un trademark che ha sempre funzionato, perché quest'uomo è accompagnato sul serio da talento e creatività, anche se il suo rodatissimo processo di scrittura alla fin fine è paradossalmente pigro, perché Lucassen, pur partorendo sempre una gran insalata mista, non ha mai osato veramente mettere un piede nell'ignoto, rimanendo a cullarsi e crogiolarsi nelle sue sonorità familiari, riconoscibili, consolanti.
"Lost In The New Real" è un bel disco? Indubbiamente! Lucassen ha fatto qualcosa di diverso dal solito? No, questo è esattamente il disco che chiunque si aspettava che Lucassen partorisse, nel bene e nel male.






