Probabilmente il nome di Gary J. Barden non dirà molto ai più, eppure parliamo di una delle voci storiche provenienti dalla scena hard rock britannica: lanciato da Michael Schenker già agli esordi del suo MSG (Michael Schenker Group), Barden vanta collaborazioni nel corso della sua carriera con acts del calibro di Praying Mantis, Gary Moore, Statetrooper, Company Of Snakes e Silver. Solo nel 2004 il singer britannico ha intrapreso anche una sua carriera solista: dopo il bellissimo “Love And War” del 2007, Barden torna con un nuovo lavoro, il quarto a suo nome, intitolato stavolta “Eleventh Hour”. Come sempre, fondamentale è il lavoro svolto da Micheal Voss (già suo vecchio compagno nei Silver), il quale, oltre a produrre l’album, suona praticamente tutti gli strumenti, ad eccezione del basso, lasciato a Matthias Rethmann, prendendo invece il posto di Marco Minnemann, dietro le pelli nel precedente album. Davvero buono l’avvio del disco, grazie ad una serie di brani dai ritmi veloci, bei riffs, gradevoli melodie, specie nei refrain (soprattutto per “Fallen By The Wayside” e “What You Wanna Do”) ed efficaci cori (“Child Of Sorrow” e “What You Wanna Do”). Niente male neanche “We Are Dead”, che rispetto alle precedenti è caratterizzata, tuttavia, da tastiere dal sapore ottantiano e da un approccio più cadenzato. Più incisivo senz’altro l’hard rock di “All In”, mentre con “Blackmail” Barden e Voss ammorbidiscono le sonorità, proponendo un brano molto incentrato sul ritmo e sull’interpretazione vocale. Si torna a ritmi più vivaci e melodie catchy con la successiva “Shine A Light On Me”, mentre “Easy Does It” presenta una leggera vena blues, accanto ad un riff accattivante ed un approccio più tendente al melodico. La tracklist prosegue con “Before The Eyes Of The World”, brano solenne che sfiora gli otto minuti di durata, forse per la verità un po’ troppo dilatato per risultare pienamente convincente, mentre il finale è affidato alla più vivace “Don’t Take Me For A Loser”. Disco gradevole, che non presenta magari canzoni particolarmente memorabili, ma si lascia apprezzare per un songwriting di buon livello e un’ottima produzione, riuscendo a mettere ancora una volta in luce una vecchia stella dell’hard & heavy, che dimostra di essere in grandissima forma e di avere ancora tanto da dire.






