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Recensioni Novità Black Sabbath - Never Say Die!
 

Black Sabbath - Never Say Die! Black Sabbath - Never Say Die!

Black Sabbath - Never Say Die!

info

Titolo
Never Say Die
Anno
Durata
45 minuti
Nazionalità
Formazione
Ozzy Osbourne - Vocals
Tony Iommi - Guitars, Backing Vocals on Track 4
Geezer Butler - Bass, Backing Vocals on Track 4
Bill Ward - Drums, Lead Vocals on Track 9, Backing Vocals on Track 4
Tracklist
1. Never Say Die
2. Johnny Blade
3. Junior's Eyes
4. A Hard Road
5. Shock Wave
6. Air Dance
7. Over To You
8. Breakout
9. Swinging The Chain
Voto
8,5
Scritta da
Psychotron

Mi sento investito di una missione, quella di ridare dignità e reputazione all’album forse più bistrattato dei Sabbath, certamente quello più criticato del periodo con Ozzy. Per alcuni è il più brutto, segno inesorabile del declino, provvidenzialmente risolto poi con l’ingresso di Ronnie James Dio in formazione. Certo è che Ozzy aveva lasciato la band prima di quest’album, e la formazione si era rassegnata a dover ricorrere ad un altro singer per pubblicare il platter (Dave Walker dei Fleetwood Mac). Ma poi, trafelato, Ozzy tornò all’ovile. Da brava rockstar viziata, drogata ed alcolizzata puntò i piedi, cambiò un po’ di testi, e si rifiutò di cantare su un paio di brani (“Breakout” e “Swinging The Chain”). Siamo tutti d’accodo sul fatto che i grandi Sabbath sono quelli di “Paranoid” e “Master Of Reality”, ma all’ombra di tanto gigantismo non merita di essere mortificata la restante produzione, fatta di album eccellenti, a mio modo di vedere, come “Sabotage” o questo “Never Say Die!”. Fatico francamente a capire come li si possano definire album scadenti o trascurabili. Una qualsiasi rock band farebbe carte false per annoverare nel proprio palmares simili imprese. “Never Say Die!”, la title track, è maestosamente bella, e insolitamente solare e propositiva per gli standard doom e funerei del Nero Sabba. “Johnny Blade” sperimenta liberamente, passando per prog e psichedelia. La sottotrama understatement di “Junior’s Eyes” (scritta in memoria del padre scomparso) è ghiaccio bollente, impetuoso fiume carsico che brama di venire in superficie, e puntualmente il chorus lo accontenta. “A Hard Road” è la personale rilettura dei Beatles operata dai Sabbath (e tutti sanno quanto Ozzy straveda per i baronetti di Liverpool). “Shock Wave” perde un mezzo punto rispetto allo standard delle songs sentite sin qui. “Air” giogioneggia, arrivando a lambire i limiti del jazz. Una richiesta di massima elasticità per i Sabbath fans. Molta sperimentazione tra questi solchi, lo ribadisce pure la danza ipnotica di “Over To You”. Infine la rockeggiante “Swinging The Chain” è cantata da Bill Ward, che si difende egregiamente. Adoro questo disco!

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