Mi sento investito di una missione, quella di ridare dignità e reputazione all’album forse più bistrattato dei Sabbath, certamente quello più criticato del periodo con Ozzy. Per alcuni è il più brutto, segno inesorabile del declino, provvidenzialmente risolto poi con l’ingresso di Ronnie James Dio in formazione. Certo è che Ozzy aveva lasciato la band prima di quest’album, e la formazione si era rassegnata a dover ricorrere ad un altro singer per pubblicare il platter (Dave Walker dei Fleetwood Mac). Ma poi, trafelato, Ozzy tornò all’ovile. Da brava rockstar viziata, drogata ed alcolizzata puntò i piedi, cambiò un po’ di testi, e si rifiutò di cantare su un paio di brani (“Breakout” e “Swinging The Chain”). Siamo tutti d’accodo sul fatto che i grandi Sabbath sono quelli di “Paranoid” e “Master Of Reality”, ma all’ombra di tanto gigantismo non merita di essere mortificata la restante produzione, fatta di album eccellenti, a mio modo di vedere, come “Sabotage” o questo “Never Say Die!”. Fatico francamente a capire come li si possano definire album scadenti o trascurabili. Una qualsiasi rock band farebbe carte false per annoverare nel proprio palmares simili imprese. “Never Say Die!”, la title track, è maestosamente bella, e insolitamente solare e propositiva per gli standard doom e funerei del Nero Sabba. “Johnny Blade” sperimenta liberamente, passando per prog e psichedelia. La sottotrama understatement di “Junior’s Eyes” (scritta in memoria del padre scomparso) è ghiaccio bollente, impetuoso fiume carsico che brama di venire in superficie, e puntualmente il chorus lo accontenta. “A Hard Road” è la personale rilettura dei Beatles operata dai Sabbath (e tutti sanno quanto Ozzy straveda per i baronetti di Liverpool). “Shock Wave” perde un mezzo punto rispetto allo standard delle songs sentite sin qui. “Air” giogioneggia, arrivando a lambire i limiti del jazz. Una richiesta di massima elasticità per i Sabbath fans. Molta sperimentazione tra questi solchi, lo ribadisce pure la danza ipnotica di “Over To You”. Infine la rockeggiante “Swinging The Chain” è cantata da Bill Ward, che si difende egregiamente. Adoro questo disco!






