Cosa c'è di meglio per divertirsi per una band che suonare delle cover? Fantastico, emozionante, è impatto diretto. Reinterpretare un classico che ci ha accompagnato nei nostri ascolti e ci ha fatto crescere come musicisti, e come background personale, è sempre ben accetto ma...tsak...e qui casca subito la mannaia!!! Giusto che sia così per infrangere subito i nostri e vostri sogni, perché se è vero che è la corteccia orbito-frontale a regolare la valutazione dei rischi ed indurre alla prudenza e alla moralità nei comportamenti, allora con questo “Graveyard III“ (addirittura tre!) nella testa di Chris Barnes l'effetto riscontrato è più soggetto ad una ipoattivazione della massa celebrale, tale da causare l'allentamento dei meccanismi inibitori e, nello specifico, del gusto musicale!!! La psicosi è una brutta bestia, influendo sull'equilibrio mentale e sul naturale meccanismo di difesa della nostra testolina, alterando il flusso ideativo e creativo dell'essere umano (e dell'artista in questione), sconclusionando i nessi associativi con pensieri deliranti, attanagliando il povero uomo (l'ascoltatore) in una stretta morsa di problemi senso-percettivi, con poderose allucinazioni uditive, cenestesiche e geusiche! Non si può essere sani nel produrre un contenuto come quello di questo album, vero che l'erba ha sempre fatto breccia nel cuore del vocalist più brutale del death metal, e non si può certo mai affermare come in questo caso, con fondata verità, che l'erba del vicino è sempre più verde (le cover, cosa avete capito?) ma....resto un po' così, perché d'impatto volevo prenderla sotto l'aspetto di una release goliardica e “sana“, poi ascoltandola il mio viso non faceva alcuna piega d'espressione lasciandomi impassibile, inebetito, come davanti alla tele (sempre con il vicino, quello dell'erba più verde e gli occhi rossi). Cosa dire allora, ci sarà chi la prenderà male, chi peggio, chi se la riderà e magari incuriosito da una “Destroyer“ che penso peggio di così non poteva uscire, i Twisted Sister death, una song che è tutta voce che traina la musica; che genio il barbuto Burnes, che impavido masochista, oppure i Van Halen con “On Fire“, e qua non commento neanche, fiato perso, una non male “Psychotherapy“ degli ultracoverizzati Ramones, e tante altre songs che non si discostano molto per esecuzione tecnica dalle versioni originali, con il cantato ultra-gutturale come aggiunta. Ad abbassare ulteriolmente il mio giudizio c'è che proprio che da una formazione con un Terry Butler (ex Death e Massacre) o un ottimo guitarist come Swanson ci si deve aspettare qualcosina in più, ok e vada il progetto delle cover, ma insomma, non mi sento né di farvi spendere il ventino, e neanche di farvelo ascoltare questo disco. Vi ricordate da piccoli quando si toccava il sederino delle nostre coetanee e poi loro si giravano e ci stampavano una bella sberla a cinque dita? Ecco, questa andrebbe rigirata ai Six Feet Under, che poveracci si ritrovano come il buon Bruno Sacchi della vecchia serie I Ragazzi Della 3 C, quando veniva chiamato dal prof occhialuto che si grattava il naso, e con quel fantastico gesto diceva: “Sacchi? ... 3!"
venerdì, 10 settembre 2010
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Six Feet Under - Graveyard Classic III
03 Febbraio, 2010
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