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venerdì, 10 settembre 2010

 
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Overkill - Ironbound

 
Overkill - Ironbound

info

Band Overkill
Titolo Ironbound
Etichetta Nuclear Blast
Genere thrash metal
Anno 2010
Durata 58 minuti
Nazionalità U.S.A.
Formazione Bobby “Blitz“ Ellsworth - vocals
Dave Linsk - guitars , backing vocals
Derek Tailer - guitars, backing vocals
D.D. Verni - bass, backing vocals
Ron Lipnicki - drums
Tracklist 1. The Green And Black
2. Ironbound
3. Bring Me The Night
4. The Goal Is Your Soul
5. Give A Little
6. Endless War
7. The Head And Heart
8. In Vain
9. Killing For A Living
10. The SRC
Voto vedi dettaglio recensioni
Scritta da Elio F, Il Francese 899, Psychotron

Stereogeddon - Giudizio Finale (vol. 9)

Bobby Blitz Ellsworth è sopravvissuto al cancro e ad un infarto, riuscirà a superare indenne anche lo Stereogeddon ordito dai temibili invasori spaziali della rete? In giro c'è il nuovo "Ironbound", quattordicesima tacca sul teschio fosforescente più famoso di New York. E noi abbiamo 3 recensioni di fuoco pronte in canna! Puuuuull.....


Gli Overkill con “Ironbound” aggiungono un ulteriore tassello alla loro discografia ormai sterminata. Il sound della band capitanata da Bobby Ellsworth e D.D. Verni costituisce ormai un marchio di fabbrica a dispetto di qualche cambio di line up avvenuto nel corso degli anni. Un sound al quale gli Overkill continuano a mantenersi fedeli, senza riservare particolari sorprese ai propri fan. D’altronde, specialmente al giorno d’oggi, è anche vero che il più delle volte, quando un gruppo storico cerca di innovarsi profondamente, quasi sempre fallisce miseramente o tira fuori risultati discutibili, per cui quasi quasi quando vi sono band come gli Overkill (o possiamo pensare anche agli Slayer, giusto per fare un altro esempio) che mantengono dritte le proprie coordinate stilistiche, non li si può di certo biasimare. Così, “Ironbound” è semplicemente il nuovo album degli Overkill, non il migliore né il peggiore, bensì il disco che ci saremmo potuti aspettare da loro: un disco cioè che suona inconfondibilmente nel loro classico stile, composto di una tracklist valida e sicuramente apprezzabile, specialmente per gli amanti del thrash, ma ben lungi dall’essere un capolavoro o anche semplicemente uno dei loro migliori album. Va, peraltro, segnalato come i brani mediamente siano alquanto lunghi e questo non si può dire che ne agevoli la facilità d’ascolto. Tra le tracce più interessanti merita sicuramente grande attenzione la title-track, un brano vario e complesso di grande impatto; possiamo ancora annoverare però anche “Give A Little” e “The Head And Heart”: il primo, uno dei brani più diretti ed immediati, ha un buon refrain e si avvale anche di seconde voci; il secondo, invece, presenta un riffing molto coinvolgente e un’interpretazione particolarmente aggressiva da parte di Ellsworth. In conclusione, “Ironbound” non è proprio il massimo, però in fondo, in tempi di magra, può anche andar bene così.
(Elio F)
 Voto: 6,5


Eh già, tornano i mitici Overkill che incisero il capolavoro “Feel The Fire“ (1985), tanta roba ragazzi. Stiamo ovviamente parlando del thrash metal, quello di New York, cattivo e schizzato ma con quelle pause che solo gli Overkill sanno inzuppare all'interno del loro variegato songwriting. Line-up invariata dal penultimo album “Immortalis“ che, seppur senza quel mostro di Tim Mallare vero mattatore alla batteria ed incontrastato metronomo picchiaduro (preciso come si suol dire, come un dito nell'ano!), ci presentano un nuovo lavoro che porco diavolo scorre via entusiasmando da subito con il lotto delle prime sei canzoni che pigliano spiccatamente e suonano fresche, seppur riprendendo i vecchi cliché del thrash resi famosi nei mitici anni '80: Sviluppano scorribande a corrente ad alto voltaggio che mi gasano e mi fanno urlare imitando la voce corrosa dalle droghe di Mr Bliz incredibilmente ancora in possesso di un lanciafiamme al posto dell'ugola, nonostante l'nfarto che lo colpì sul palco qualche tempo addietro. E Blitz si scatena dando il 100% come al solito del resto. Comincio a credere nel capolavoro ma poi il secondo lotto di canzoni, pur non essendo dei riempitivi, non tiene il passo con le precedenti songs facendo flettere di poco in basso l'ago della bilancia della valutazione di questo buonissimo “Ironbound“. C'è comunque da riflettere perché questo album me lo sono ascoltato per molto tempo e mai senza annoiarmi, anzi, prodotto da professionisti che hanno sempre cercato album dopo album una maturazione ed un evoluzione senza mai (o quasi) adagiarsi sugli allori. Mai presa la scossa con la corrente? Allora significa che non conoscete i tempi e le emozioni che trasudano i dischi di questo potente combo, che con “Ironbound“ resta su livelli alti. Sicuramente uno dei migliori degli anni 2000 della band, bombardamenti, urla ficcanti, sezione ritmica tellurica e chirurgica, stop and go da pogo, assoli da pugnetta e riffs mirati, intriganti e belli intrecciati. Finalmente gli Overkill si rimettono al passo con una prova ispirata ed eccezionale, e passatemi la parola, come sempre, che cribbio!!!!!!! Pollice in alto e con rispetto!
(Il Francese 899)
Voto: 7,5


Sono cresciuto a pane e Overkill, anzi, "Years Of Decay" è stato in assoluto uno dei primi album che abbia mai acquistato (ed amato). Release dopo release, il rapporto di adorazione, stima e fiducia verso gli Overkill si è consolidato come granito, e fino a "I Hear Black" non ho avuto da muovere una critica che fosse una alla band newyorkese. Poi sono arrivati "gli anni della decadenza" per davvero, complice il clima di nichilismo grunge/alternative ed il disinteresse verso sonorità integralmente metal. Alla fine dei '90s l'industrializzazione del rock pareva un comandamento divino e, più in generale, tutto ciò che si poteva contaminare andava contaminato ineluttabilmente. Incuranti del "clima", Blitz e D.D., unici due superstiti degli Overkill originali, hanno proseguito a pubblicare album heavy metal, marchiati Overkill al 100%, anzi al 200%, tant'è che la differenza tra questo o quello emergeva con difficoltà. Ciò che invece appariva evidente era che la qualità della prima metà di carriera se ne era andata con la gioventù; e se l'integrità della band continuava a far bella mostra di sé, la brillantezza e l'efficacia del songwriting segnavano invece un preoccupante declino. Nel 2007 "Immortalis" mi aveva parzialmente rassicurato, qualche segno di vita pareva trasparire ancora dalle vuote orbite del teschio pipistrellato. Oggi è tempo di "Ironbound", sbandierato come un album calmorosamente bello, degno dei fasti passati, partorito dalla miglior line-up di sempre del combo (ovviamente ... e quando mai non è così?). "Ironbound" è tutto ciò? No. E' uno di quei platter degli Overkill che vivacchiano costantemente sopra e sotto la sufficienza, scendendo e salendo di continuo quel gradino. Cosa c'è di realmente diverso? La produzione, che stavolta cerca almeno minimamente di rivedere il classico sound dei nostri. Mi riferisco alla forma, non ai contenuti, sempre tetragoni su atmosfere thrashy, dark, potenti e - secondo gli Overkill - epiche.
Un po' come capita agli Annihilator degli ultimi lustri, l'autocitazionismo affiora spesso, e le luci di qualche momento sembrano sempre il riflesso di gloria passata piuttosto che vero peso specifico dovuto a un fulgido presente. Metteteci pure che le songs sono mediamente lunghe e - ahimé - ci si sorprende addirittura a sbadigliare durante l'ascolto...davvero non l'avrei mai detto pensando agli Overkill! "Bring Me The Night" e "In Vain" i momenti migliori di un album che di "momenti migliori" ne ha davvero pochi.
(Psychotron)
Voto: 5,5

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