Bassista di stampo internazionale, Billy Sheehan torna con un disco da lui quasi interamente composto e suonato. Artista inequivocabilmente tecnico e dalla perizia scolastica eccelsa. Basta la competenza professionale in un CD? Certamente no. Con il rischio di ripeterci, diremo sempre all’infinito che la musica è anche estro, capacità di comporre e sentimento. Uno strumento bisogna saperlo maneggiare, ci vuole l’impegno, il sacrificio e lo studio. Questo però è solo il punto da cui partire per poter crescere e poi diventare delle menti che sanno concepire, creare musica e non solo scolasticamente interpretarla. “Holy Cow” è tecnicamente ineccepibile, solo che risulta quasi un auto-compiacersi, divertimento forse per chi lo esegue ma non per chi lo ascolta. Inquadrabile come hard rock con innesti progressive, il lavoro sembra ricalcare quelle linee percorse da altri guitar virtuoso(verrebbe in mente Joe Satriani) solo però incentrato su un altro strumento, il basso. Tedioso e decisamente piatto, il disco si muove a fatica tra i meandri della creatività, risultandone solo una comparsa. Ha il merito di non essere totalmente scostante ma, tra assoli e virtuosismi, non si può che in ogni singolo brano pensare: “bella la parte ritmica ma dove vuole arrivare? Cosa vuol trasmettere?” La risposta forse è appagare il proprio ego e dare prova della propria attitudine. Ma ciò non basta ed anzi, per molti aspetti, risulta irritante per chi ama la musica come arte e cultura. Per cui meglio Billy Sheehan come maestro di cattedra che sensibile compositore.






